Fino al 2018 era difficile trovare libri fotografici per bambini e bambine di qualità, soprattutto nelle città prive  di librerie specializzate per l'infanzia o di biblioteche con spazi dedicati: ne esistevano di molto interessanti ma non erano quelli a circolare di più bensì brutti cartonati con vari limiti sul piano progettuale ed artistico (primi piani di bambini tagliati male, storie deboli, elementi decorativi del tutto inutili e pacchiani, superfici specchianti che deformano chi vi si riflette, ...).

I libri fotografici hanno fatto il loro ingresso negli scaffali, soprattutto quelli rivolti ai lettori più piccoli, sotto i due anni di età, dopo che la Children's Book Fair di Bologna ne ha incentivato l'arrivo anche in Italia -in altri paesi mitteleuropei e nordici erano già diffusi, in particolare in Francia, che in questo campo vanta una tradizione di sperimentazioni, spesso anche ardite e visionarie.

Tuttavia è evidente che ciò è accaduto in larga parte anche perchè l’esposizione dei bambini alle fotografie è stata messa in relazione allo sviluppo cognitivo, linguistico ed affettivo attribuendo un ruolo alle fotografie dei volti nello sviluppo dell'empatia. Non sono temi di cui tratterò, se non marginalmente, li trovo estremamente scivolosi perchè

la società dei consumi spinge verso un approccio funzionalista che sovrascrive agli interessi dei bambini le attese degli adulti.
E quando questo accade è sempre un pasticcio.

Ciò che farò invece è condividere i miei appunti di studio che intrecciano vari chiavi di osservazione: ogni epoca ha le sue ideologie e i suoi immaginari, seguirle attraverso la letteratura è un viaggio affascinante. In tutto ciò naturalmente è buona regola chiedersi sempre se via sia una coerenza tra le proposte che noi adulti facciamo all'infanzia  e le funzioni di cui il singolo bambino e bambina dispone per goderne: varie concause spingono affinchè i bambini siano stimolati, occorre invece frenare e concedera il tempo di sostare e galleggiare nelle proposte di qualità che gli ambienti esprimono -cosa ancor più necessaria nei servizi educativi, per contrastare destini di povertà materiale e culturale che tendono ad autoavverarsi quando la politica non investe abbastanza nella lettura, nel piacere e nel rispetto dei cittadini in essere (sebbene non votanti) ma spostano gli investimenti sui cittadini che saranno.

Le immagini sopra si riferiscono al libro The first Picture book. Everyday things for babies, di Mary Steichen Calderone, Edward Steichen, John Updike (Fotofolio, New York, in Association with Whitney Museum of American Art, 1930).

Nella prefazione, di cui vi propongo un adattamento, Mary Steichen Calderone, figlia del celebre fotografo, esprime in maniera ampia il progetto pedagogico che ha inteso realizzare con il padre: 

Quando i miei due bambini hanno raggiunto lo stadio dell'interesse per le immagini, una ricerca personale mi ha rivelato che praticamente non ne esistevano che potessero essere considerate appaganti per loro ma anche in linea con le moderne teorie dell'educazione. Così, ho pensato che fosse necessario creare un libro che contenesse immagini di questo tipo, non solo per i miei figli, ma anche per tutti gli altri bambini.
Il libro ha superato il test di bambini frequentanti una scuola progressista, a partire da un anno e mezzo di età in avanti. 
Gli oggetti fotografati sono familiari ai lettori: quando vengono riconosciuti si sprigiona un piacere legato alla conferma delle proprie capacità e al conforto di muoversi in una dimensione nota.
La maggior parte delle illustrazioni dei libri per l'infanzia, a differenza di questo, sono inadeguate perchè propongono una versione falsifcata degli oggetti, spesso sono colorati dall'artista sulla base di una sua interpretazione personale. Al contrario in questo libro il fotografo, combinando una sensibilità nei confronti del medium e del  lettore, ha cercato di eliminare per quanto possibile ogni falsificazione dovuta a luci ed ombre. Ogni oggetto è stato presentato il più oggettivamente possibile.  
Questa oggettività si propone di trasformare gli oggetti in archetipi, a dar loro validità universale. 
Il libro non intende sostituirsi alle esperienze dirette del bambino, intende piuttosto proporsi come corollario ad esse. È inappropriato che il bambino incontri per la prima volta un oggetto attraverso una sua rappresentazione che discosti dalla verità.
Se è vero che il bambino opera una mappatura del mondo nei suoi primi tre anni di vita e su queste esperienze costruisce la solidità dei suoi pensieri e la capacità di adattarli alle nuove informazioni che acquisisce progressivamente, allora l'incontro con il libro deve essere di qualità. Naturalmente ciò non deve precludere la possibilità di meraviglia e immaginazione,  ma per il bambino ogni cosa è piena di meraviglia.
Troppo spesso gli adulti tentano di attrarre i bambini attraverso forme di alterazione della realtà: meglio accompagnarli invece nelle loro esperienze quotidiane, perché racconti fantasiosi o immagini che non hanno alcuna aderenza alla realtà possono portare a una successiva incapacità di distinguere tra fatti e fantasia. Lasciamo che i libri offrano al bambino la possibilità di riconoscere un oggetto o una sua rappresentazione.
Al momento giusto,  quando il bambino è nutrito e riposato,  lasciamolo solo con il libro, la relazione tra i due dovrebbe essere costruita autonomamente dal bambino, senza interferenze da parte dell'adulto. 
Le reazioni saranno differenti da lettore a lettore. L'adulto diventa necessario solo quando il bambino lo invita a raccontare una figura del libro o una storia,  e in questo caso si dovrà prestare attenzione a non sopraffare il bambino eccedendo con le nostre parole.
Parlare di una sola immagine per volta è il modo migliore di procedere,  affinché il bambino possa assorbire con gradualità le sue informazioni. Allo stesso tempo gli rimane la scelta dell'immagine di un oggetto che già conosce,  e che probabilmente rimarrà parte di lui per il resto della vita.  Questo sarà tanto più vero quanto gli adulti daranno ai bambini la possibilità di esprimersi  in merito alle proprie reazioni.  Alle volte i bambini chiedono Che cosa è questo?  E se l'adulto risponde Lo sai tu?  il bambino troverà piena soddisfazione nel rispondere. Perciò, in principio,  parlate al bambino di cose che conosce,  strettamente connesse alle esperienze che gli sono familiari.
Spero che questo libro porterà soddisfazione a tanti bambini e che contribuirà a favorire una loro vicinanza con i libri.

Nell'introduzione, il direttore del dipartimento ricerca educativa,  così si esprime sul libro:

Siamo in presenza di una nuova tipologia di libro per bambini,  non un libro illustrato che racconta di storie fantastiche o che intenda educarli al piacere dell'arte,  ma un libro che si propone di offrire loro un piacere fine a se stesso.
Credo che questo libro sarà apprezzato unicamente da coloro che hanno una reale frequentazione e conoscenza con i bambini piccoli,  e che conoscono la loro capacità di interessamento e concentrazione. 

La matrice culturale di The first Picture book. Everyday things for babies è facilmente riconoscibile: la visione del bambino animato da direttive interne, oggi diciamo competente, appare con tutta la sua vividezza.

I riferimenti alle conversazioni maieutiche, la pedagogia implicita degli oggetti, la lateralità dell'adulto che interviene solo se invitato a farlo, o per presentare l'oggetto, sono facilmente riconducibili a esperienze che dall'Europa, all'America, all'Asia infiammavano una visione positiva di una futura umanità, cresciuta in quello che avrebbe dovuto essere il secolo del bambino, secondo i principi dell'educazione attiva.

Altrettanto esplicito il progetto pedagogico in IMMAGINI edito da Fatatrac nel 1986:

Dedicato ai più piccoli (2-3 anni)  questo libro si propone di sviluppare, attraverso passaggi molto graduali, la capacità di riconoscere, di leggere la realtà rappresentata nei vari tipi di immagini: dalla fotografia al bozzetto,  dal disegno schematico alla interpretazione artistica.

Nella composizione di questi libri l'approccio alla realtà rappresentata intende essere scientifico, cioè fedele anche nei particolari, la fotografia è sempre molto nitida e di facile lettura.
Il disegno,  anche quando è molto semplice, è naturalistico, vero, mai deformato o caricaturale, questo sia per captare l'attenzione del bambino e stimolarne la curiosità,  sia per agevolare il suo sforzo di riconoscimento.
La rappresentazione grafica non è mai uniforme, deve infatti favorire la ricerca di espressione personale da parte del bambino,  senza fornirgli soluzioni prefabbricate (stereotipi) facilmente riproducibili.
Proprio l'eterogeneità delle immagini proposte facilita il graduale accostarsi del bambino a tipi di interpretazione grafica ritenuti tradizionalmente difficili (il linguaggio artistico).

La sequenza degli oggetti e delle situazioni rappresentate è conforme all’esigenza del passaggio graduale da sé all’altro, dal noto al meno noto (inconsueto, ma non ignoto). Più espressamente:
i primi oggetti di forma semplice (tonda) che il bambino tocca;
le cose che il bambino indossa e usa direttamente;
le cose che vede in casa;
le cose le situazioni che vede uscendo dalla casa;
gli animali noti;
i giochi.
Anche la figura umana è introdotta gradualmente: dal volto femminile visto di fronte (il primo oggetto  che il neonato impara a riconoscere nell'ambiente che lo circonda),  alla figura del bambino (percezione di sé);  dal bambino nella famiglia, al bambino in relazione con l'ambiente,  fino al bambino con i coetanei.

La pagina di sinistra è sempre vuota:  lo scopo è di dare al bambino la possibilità di una pausa nel passaggio dell'attenzione da un'immagine alla successiva, e nello stesso tempo di lasciargli uno spazio  da riempire con una sua interpretazione, commento, associazione. 

Quasi sessant'anni separano i due cataloghi visivi del mondo intorno ai bambini e alle bambine, non più solo fotografie adesso ma anche disegni e dipinti. Nel frattempo si è concretizzata la possibilità delle fotografie a colori.
Tre anni dopo Italo Calvino avrebbe scritto nelle sue celebri Lezioni Americane della necessità di un'educazione visiva per combattere la peste di senso.

Il catalogo per piccolissimi di Taha Hoban opta per un formato facile da gestire in autonomia: poche pagine, dimensioni contenute, cartonato, solo 10 oggetti come 10 sono le dita delle mani a cui i bambini hanno prestato la loro completa attenzione fino a poc'anzi. Semplice eppur anche qui una molteplicità di codici visivi: immagine dell'oggetto, un punto e una parola  scritti con il nome del colore: segno e significato si rinforzano reciprocamente.
Siamo di fronte a un primo codex dell'orientamento spaziale che introduce alla lettura di mappe che sono ampiamente in uso nei grandi spazi pubblici come biblioteche, ospedali, ...
RED, BLUE, YELLOW SHOE (Harper Collins, 1986) sviluppa il progetto avviato nel 1971 sul bianco e nero (ne ho scritto qui), è interessante seguire il percorso di ricerca sequenziale che compie la fotografa, vi tornerò ancora.

Al contrario TOUT UN MONDE (di Katy Couprie e Antonin Louchard per Thierry Magnier, 1999) sposta la concezione del catalogo visivo su un piano che si fonda sulla\nella complessità: i tempi sono cambiati e con esso i paradigmi figurativi che vanno nutrendosi di confluenze e contaminazioni secondo il lessico che arriverà ad affermarsi un ventennio più tardi.
Mescolanze e citazioni mettono in scena la possibilità di giochi apertissimi: linguaggi, tecniche (incisione, pittura, disegno, fotografia, immagine digitale) giocano con i materiali -sovente citando e reinventando immagini iconiche. Un inventario eteroclita, dunque, che non spiega ma apre immaginari e giochi logici.

Ancor più piccolo diviene il catalogo cartonato del fotografo francese François Delebecque, che fa tesoro di sviluppi narrativi e soluzioni cartotecniche ormai perfezionate per creare un libriccino giocato sui contrasti bianco\nero che, con il gioco delle finestrelle -la cui apertura è agevolata dall'angolo spuntato- disvela una fotografia nella scia della tradizione: un singolo oggetto, noto al bambino, su fondo piatto, con la sua ombra.
Un oggetto perfetto basato sul gioco del cucù, sul piacere degli abbinamenti che si rincorrono tra ipotesi e conferma. Un libro con finestrelle robuste, adatte a mani inesperte che, attraverso il piacere di disvelare e coprire le fotografie, raffineranno i micromovimneti di polso e dita, imparando sempre più a controllarli.
Anche in questo caso una parola abbinata alla figura riprende la lezione di Comenio che con il suo Orbis Pictus (1658) ha avviato la tradizione dei cataloghi per l'infanzia. Qui si possono vedere libri e memory che ha sviluppato a partire da questa idea progettuale.

I piccoli cataloghi cartonati  della californiana Jill Hartley propongono sguardi desueti su soggetti noti, come la frutta, ma più spesso visioni ad altezza di bambino, quali quelli che potrebbe incontrare durante una passeggiata.

L'offerta di cataloghi visivi fotografici per la prima infanzia oggi è davvero ricca, ci tornerò per esaminarne alcuni sviluppi.

 

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