H.C. Andersen ha sempre dato ampio spazio alle arti figurative, anche nelle sue celebri fiabe.
Correva il 1859 quando compose  a quattro mani con Adolph Drewsen (un alto funzionario dello stato danese) Il Libro di Christine, per il terzo compleanno della nipote di quest'ultimo. Per l'occasione raccolsero e realizzarono 122 tavole di immagini accompagnandole con pochi versi. In Italia il libro esiste in una vecchia edizione Mondadori del 1984. 

L'opera si distinse perché le immagini non sono a corredo delle parole ma creano le storie.  Scrive a tal proposito Francesco Saba Sardi nella postfazione all'edizione Mondadori

... si son dedicati dunque a un'operazione che oggi può sembraci familiare, ma che allora era piuttosto insolita: quella di raccogliere reperti popolari per poi disporli accanto ad altri di minor qualità, e inserirli, gli uni e gli altri, in un complesso montaggio, attribuendo al tutto un nuovo significato, non senza l'aggiunta di contributi più personali, in particolare i "pizzi" di carta ritagliati da Andersen, abilissimo nell'arte della silhouette, certo "minore" ma altrettanto certamente non priva di fascino (...) Sicchè, i pregi estetici dell'opera sono di due ordini. In primo luogo riguardano la scelta delle immagini: tra migliaia di figurine, per lo più da due soldi, Andersen, e in sott'ordine  nonno Drewsen, hanno saputo scegliere, con fiuto infallibile, le più significative, singolari, addirittura surreali, in un'epoca in cui di surrealismo non si parlava certo ancora; in secondo luogo, il modo di accostarle, di organizzare tavole intere, fregi, curiosi accoppiamenti, straordinari contrasti. E ne è risultata una fantasmagoria, un succedersi di minuscoli racconti sottolineati, definiti, resi perfetti da brevi rime nient'affatto casuali, ma rispondenti tutte allo scopo stesso delle immagini: creare un mondo favoloso ai limiti della credibilità, un universo "impossibile" e tuttavia concretissimo -come, appunto, quello delle celeberrime favole di Andersen.

L'opera costituisce un vero e proprio dizionario iconico che infrange i limiti della forma, si tuffa nell'eccesso,  crea universi indeterminati, muove i personaggi da una storia all'altra, ricorre alla parodia, si muove per frizione, contrasto, rinforzo, spaesamento, sovrapposizione,...

Calvino non esitava a definire l'analfabetismo iconico la peste di senso di fine '900 ed ravvedeva nel libro e nella letteratura strumenti di resistenza civile e di impegno pedagogico ed esistenziale. 

Ragionare sulla pervasività del visivo può voler dire stimolare una presa di coscienza, l'assunzione di una responsabilità pedagogica che riconosca i rischi dell'analfabetismo iconico apparentabili alla peste del linguaggio di cui ha scritto Calvino nella lezione dedicata all'esatezza. Crediamo che una pedagogia contemporanea e problematicista, che si interroga sui testi e sulle figure con cui l'uomo racconta e veste il mondo, possa farsi portatrice del diritto di ogni persona al libero accesso agli anticorpi della letteratura come difesa e a volte antidoto verso la peste di senso. Il libro e la letteratura si configurano in questa chiave come strumenti di resistenza civile e di impegno pedagogico ed esistenziale. La letteratura per l'infanzia, luogo di alterità e giardini segreti, spazio dove i figurinai e i bambini si sono alleati più colte contro il moralismo pedante e di un pedagogismo opprimente, contro l'omologazione e l'appiattimento, può essere uno spazio di libertà espressiva per la costruzione di un immaginario dove abbia luogo la pluralità degli sguardi, la differenza come valore, la tradizione e la sperimentazione dell'ideale estetico volto a smascherare le diverse forme di abbrutimento della nostra società e le sue degenerazioni, tra cui la reitificazione della fantasia e i sottili meccanismi di alienazione collettiva" 

   

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