Ayumi Kudo

La letteratura alimenta percorsi di consapevolezza, lo fa anche quando ti fa vivere quell'inquietudine, o quel terrore, che pervadendo corpo e mente, alle volte si impadronisce di te, mentre cammini per strada, o sei sol* in automobile, o su mezzo pubblico. E non solo alla sera. Alcune pagine aiutano a sentire cosa si prova quando il cuore batte all'impazzata, quando la mente inizia a generare sciocche promesse di buona condotta se solo si riesce ad arrivare a casa san* e salv*.

Queste letture sono per andare oltre la domanda ti piacerebbe se qualcuno trattasse così tua sorella, tua madre, la tua fidanzata, tua figlia? La domanda da porre è  cosa possiamo fare perchè nessuna persona, a causa della propria identità di genere, debba sentirsi insicuro?

Il breve ciclo di articoli, che si inaugura con questo odierno, ha uno scopo divulgativo, si limita a raccontare, attraverso ottime penne, fatti verosimili: a tutti noi, poi, sostenere un cambiamento di paradigma: chiunque può migliorar se stesso se lo desidera, anche contrapponendosi all'educazione ricevuta, prendendo parola e adoperandosi per difendere chi subisce atti discriminatori. Gli aggressori contano sulla solitudine delle vittime.

Esistono letture che salvano vite alimentando sguardi e sensibilità. Leggiamole a voce alta, a scuola, in biblioteca, in libreria, nei centi commerciali.

La prima proposta di lettura è tratta da L'estate incantata, di Ray Bradbury, scritto nel 1947. Per l'articolo ho utilizzato la traduzione di Giuseppe Lippi Mondadori del 2019).

“Che razza di ora per andare a fare una passeggiata,  signorina Nebbs!”
“Agente Kennedy!”
Perché si trattava di lui, naturalmente.
“Sarà meglio che la accompagni a casa”
“Grazie,  faccio da sola.”
“ Ma lei abita dall'altra parte del crepaccio!”
Sì,  pensò Lavinia,  ma non sono tanto stupida da attraversarlo con un uomo,  anche se è un poliziotto. Nessuno sa chi sia il solitario. “ No,  davvero. Ci metterò un minuto.”
“Allora io aspetterò qua” disse l’agente “ se ha bisogno d'aiuto,  gridi e verrò in un attimo.”
“Grazie.”
Lavinia riprese la sua strada, lasciando il poliziotto sotto un lampione,  solo. L’agente Kennedy canticchiava fra sé.  Ed eccomi al momento cruciale, lei pensò.
Il crepaccio.
Si fermò sul primo dei centotredici scalini che scendevano lungo il ripido fianco del burrone, di fronte al ponte lungo settanta metri che abbracciava la scarpata e sfociava in Park Street.  L'intero tragitto era illuminato da un solo fanale.  Fra tre minuti, disse Lavinia, infilerò la chiave nella porta di casa.  Non può succedermi niente di male in centottanta secondi.
E cominciò a scendere i gradini verdescuri che portavano in fondo al crepaccio.
“ Un, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci gradini” contò in un sussurro.
Aveva l'impressione di stare correndo,  ma non era così.
“Quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti”  ansimò.
“Un quinto della strada!”  annunciò a se stessa.
Il crepaccio era profondo e nero, nero, nero!  E il mondo era scomparso alle sue spalle,  il mondo della gente al sicuro a letto, della città,  del drugstore,  del cinematografo,  delle luci.  Tutto scomparso. Solo il crepaccio esisteva e viveva intorno a lei , nero e immenso.
“ Però non è successo niente,  ti pare?  in giro non c'è nessuno. Ventiquattro, venticinque, gradini. Ricordi quella vecchia storia di fantasmi che vi raccontava te fra bambini?”
Il rumore dei suoi passi sui gradini la impressionava.
“Era la storia dell'uomo nero. Tu te ne stavi a letto al piano di sopra e lui si intrufolava in casa.  Ecco, adesso è sul primo gradino,  decisa a raggiungerti in camera tua. Adesso è al secondo gradino, poi al terzo,  al quarto,  al quinto!  Oh,  quanto vi divertivate,  da bambini, a raccontarvi la storia dell'uomo nero!  E quanto vi spaventavate! Ma ormai l’orrendo spauracchio è arrivato al dodicesimo e ultimo gradino; apre la porta. Si ferma accanto al letto. TI HO PRESA!”
Lei urlò, un urlo quale non aveva mai sentito,  il più forte e violento della sua vita. Poi si fermò, paralizzata, tenendosi al corrimano di legno. Il cuore le scoppiava in petto e il battito convulso riempiva l'universo.
“Laggiù, laggiù!  si sentì gridare “ In fondo alle scale, un uomo! É proprio sotto il lampione …. No, ora se n'è andato!  Mi aspettava là!”
Tese le orecchie. Silenzio.
Il ponte era deserto.
“Nessuno”  si disse,  cercando di respirare normalmente. “Nessuno. Sciocca! Mi sono spaventata della mia stessa storia! Che stupida.  E adesso che faccio?”
Il battito violento del cuore si attenuò.
Devo chiamare il poliziotto... Ma avrà sentito l'urlo?
Rimase in ascolto:  niente. Assolutamente niente.
Meglio andare avanti. Maledizione all'uomo nero!
Continua a scendere, con tanti gradini.
“Trentacinque, trentasei,  attenta,  non cadere. Oh,  Che sciocca. trentasette, trentotto,trentanove, quaranta. Altri due e fa quarantadue….  Sono quasi a metà strada.”
Sì bloccò di nuovo.
Aspetta, si disse.
Fece un passo, che l'eco le rimandò .
Un altro passo.
Un'altra eco.  Poi, una frazione di secondo più tardi, un passo.
“Qualcuno mi segue” disse Lavinia al crepaccio, ai grilli, alle rane verdescuro e invisibili, al torrente. "C'è un'altra persona sulla scala, alle mie spalle. Ma non oso girarmi.”
Un altro passo, un'altra eco.
“Ogni volta che io faccio un passo, lo fa anche lui.”
Un passo, è un eco.
Debolmente, dal fondo del crepaccio, Lavinia domandò “ agente Kennedy, è lei?”
I grilli si erano messi ad ascoltare. Per una volta i campi e gli alberi della notte d'estate avevano sospeso ogni più piccolo fruscio, ogni più lieve movimento; foglie, erba, cespugli, stelle, non tremolavano più e si erano concentrati sul battito del cuore di Lavinia Nebbs. E forse a mille chilometri di distanza,  in mezzo alla campagna deserta salvo per la presenza del treno,  un uomo solo, seduto in una stazioncina illuminata da una lampada fioca, avrebbe alzato gli occhi dal giornale e si sarebbe chiesto:  Che cos'è? E  poi, razionalmente:  solo un picchio che becca un tronco cavo.  E invece era il cuore di Lavinia Nebbs.
Silenzio. Il silenzio della notte estiva che si estendeva per centinaia di chilometri, che copriva la terra come un mare bianco e ombroso.
Più svelta,  più svelta!  Procedette verso il fondo della scalinata.
Corri!
Sentì una specie di musica. Era una cosa sciocca, una follia,  Eppure, correndo, sentì una musica travolgente accompagnare i suoi passi mentre correva in preda al terrore. Una parte del suo cervello stava drammatizzando l'azione e le tesseva intorno una turbolenta colonna sonora. Pescata dal fondo di un repertorio privato e personale, la musica cresceva e la seguiva in fondo al crepaccio, come un'onda veloce sempre più forte.
Ancora un poco e sono in salvo, pensò Lavinia. Centootto, centonove, centodieci,  il fondo! Ora corri!  Ora attraversa il ponte!
Ordinò al suo corpo di muoversi, alle gambe, alle braccia, al terrore;  in quel bianco e terribile momento mise in allarme tutta se stessa e si precipitò sulle assi cave, traballanti,  quasi vive, del ponte. E i passi che non erano i suoi la seguivano a breve distanza,  e la musica era sempre più forte incalzante.
Ti insegue,  ma tu non girarti,  non guardare, perché se lo vedi non sarai più capace di muoverti, morirai di paura. Corri, corri!
Corse attraverso il ponte.
Oh Dio, Dio,  ti prego, fammi arrivare dall'altra parte! Ora devo prendere il sentiero, fare la salita, oh Dio, è tutto buio e tutto è così lontano. Se urlassi ora non servirebbe a niente;  e comunque, non sono in grado di urlare.  Eccomi in cima al sentiero, ecco la salita,  la mia strada, oh Dio, giuro che se arrivo a casa sana e salva non uscirò mai più da sola. Sono stata una sciocca, ammettiamolo,  sono stata una sciocca perché non sapevo che cos'è il terrore!  Ma se mi fai arrivare sana e salva, prometto di non uscire più senza Helen o Francine!  Ecco, ora devo solo attraversare!
Attraversò e si precipitò sul marciapiedi.
Oh, Dio, il Portico! Casa mia! Oh dio dammi il tempo di entrare e mettere il lucchetto, e sarò salva!
Ed eccola sui gradini di casa; che stupida cosa da notare in un momento come quello (ma la notò lo stesso), il bicchiere di limonata che aveva lasciato sul portico era ancora lì, pareva passato un anno e invece erano solo poche ore!  Il bicchiere di limonata là sul corrimano,  calmo e imperturbabile …  e …
... Sentì i piedi posarsi sulle assi di legno davanti alla porta di casa,  le mani armeggiare disperatamente con la chiave intorno alla serratura.  Senti il battito forsennato del cuore e la sua voce urlare.
La chiave entrò.
Apri la porta, presto, presto!
La porta si aprì
Ora, dentro.  Chiudila!
La chiuse violentemente.
“Il lucchetto, il lucchetto!” ansimò,  prossima all'isteria.
“Chiudi bene,  bene!”
Anche il lucchetto andò a posto.
La musica cessò. Lavinia sentì di nuovo il battito del cuore e a poco a poco di meno e anche quello.
A casa! Oh Dio,  era al sicuro a casa! Al sicuro,  al sicuro, al sicuro! Si appoggiò esausta alla porta. A casa,  al sicuro.  Ascolta: non un rumore. Oh  Grazie al cielo, grazie al cielo ce l'aveva fatta. Non uscirò più sola di notte. Rimarrò a casa e non attraverserò mai più il crepaccio. Al sicuro a casa,  al sicuro, era così bello;  al sicuro dietro una porta sprangata.  Un momento.
Guarda la finestra.
Guardò.
Non c'era nessuno, in fin dei conti. Nessuno  che mi seguisse o che corresse sul ponte dietro di me. Cominciò  a riprendere fiato ed ebbe voglia di ridere di se stessa.  Ragiona:  se un uomo ti avesse seguita, alla fine ti avrebbe presa!
Non  sei una ragazza veloce, Lavinia … Non c'era nessuno in cortile,  nessuno sul portico. Che  stupida,  scappavo da niente. Quanto al crepaccio,  è sicuro né più né meno che gli altri posti.  Comunque è bello essere a casa.  La casa è il posto più bello,  più caldo,  l'unico in cui vale la pena stare. 
Sfiorò  l'interruttore con le dita ed esito.
“Chi c'è?”  chiese “Chi c’è? Chi c’è?”

 

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