Sarah Moon, Le petit chaperon rouge

Guus Kuijer, è una delle penne viventi più brillanti nel muoversi per sottrazione tra dramma e ilarità in capo a poche sillabe. Attraverso Polleke, dodici anni, racconta, tra tante piccole cose di tutti i giorni, anche cosa passa per la testa a una bambina, o un bambino, durante l'addescamento. E dopo.

E alla potenza di poche parole orchestrate magistralmente ne seguono molte altre, parimenti solide, che accompagnano il lettore verso una prospettiva costruttiva per proteggersi dagli orchi: dà voce alla vergogna, Kuijer, alla sensazione di essere in qualche misura la causa di ciò che è stato e avrebbe potuto essere, all'ingenuità, alla fiducia nei grandi e al rispetto che i piccoli sentono di dover portare loro, anche quando ...

Le parole sotto sono tratte da Un'improvvisa felicità (Feltrinelli KIDS), che segue a Per sempre Insieme, Amen; Mio padre è un PPP. Sono stati pubblicati anche alcuni dei libri successivi. Tutti i libri di Kuijer meritano la massima attenzione.

Camminavo per la strada, stavo andando da qualche parte.  Non ricordo più dove. Non ricordo più niente, è tutto sottosopra.
Si è accostata una macchina. Un  uomo ha aperto la portiera e ha gridato: “ Ehi, sono un collega di tuo padre”.
Mi sono fermata e l'ho guardato. Sembrava preoccupato.  Ho pensato a quella strana parola “ collega”. ‘ un collega di Spik’  pensavo. ‘ Collega.  Collega’
“ Ha avuto un grave incidente” ha detto l'Uomo.
“ Devi venire in ospedale,  sali”.
‘Incidente’  ho pensato. ‘Ospedale. Collega.’
 Era un brutto sogno. Sentivo che c'era qualcosa che non tornava,  ma sembrava tutto così reale.
“Dai”  ha insistito. “Sali.”
Io non ero io.  Ero una ragazzina in un brutto sogno.  La ragazzina non riusciva a pensare.  riusciva solo a fare quello che le veniva detto, e quindi è salita.
La  portiera si è chiusa come lo sportello di un enorme frigorifero. Sbam!  Freddo. Freddissimo. Brividi di freddo.
La Macchina è partita a tutto gas.
Solo  a quel punto mi sono risvegliata. Ho  pensato: ‘ collega’. Ho  pensato: ‘Nepal’.
Ho  guardato l'uomo di sottecchi e ho capito che non sarei dovuta salire. Mi  sono sentita gelare. Tremavo,  ma non riuscivo a muovermi. La mia bocca era sigillata.
Stavamo  attraversando la città a gran velocità.
Ci  fermavamo ai semafori e ripartiva mo con uno stridore di ruote.
“Dobbiamo  fare in fretta”  ha detto l’uomo.
Io ho provato a muovere le labbra,  volevo dire qualcosa,  ma era come se la mia bocca fosse stata una conchiglia che non riesce ad aprirsi.
Mio  padre non ha colleghi,  volevo dire.
E anche un'altra cosa.
Mio  padre è in Nepal.
La macchina si è fermata a un altro semaforo. 
Accanto a me c'era una madre in bicicletta con il suo bambino seduto dietro. Lei mi ha guardata e mi ha sorriso. Ho  mosso solo la bocca. Stavo  per dire qualcosa,  Ne ero sicura. Ho  guardato l'uomo al volante:  aveva un aspetto normale.
“Fai del male ai bambini?”  gli ho chiesto.
L'uomo si è voltato verso di me e ha sorriso. “No. Cosa  ti viene in mente?”
“Mio  padre è in Nepal”  ho risposto. “Voglio  scendere.”
“Tuo  padre è in ospedale” ha  insistito l'uomo. “Ti  porto da lui.”
Ci  stavamo avvicinando a un altro semaforo, eravamo sul punto di fermarci.
“Voglio  scendere”  Ho detto ancora una volta.
La  macchina si è fermata al semaforo. adesso  accanto a noi non c'era nessuno,  il marciapiede era lontano.
“Perché?”  ha chiesto l'uomo. “Siamo  quasi arrivati.”
Ho  pensato: ‘Non mi ascolta,  non capisce le parole’.
“Fammi  scendere”  Ho detto. “Ci  vado a piedi in ospedale.” Ma  Sapevo che non mi stava ascoltando.
“No”  ha risposto impaurito. Ho  visto il sudore che gli colava sulla fronte. “E  adesso silenzio. Devo  stare attento alla strada.”
La  macchina è scattata di nuovo in avanti. Mi  sentivo piccolissima. Avevo voglia di mettermi il pollice in bocca. Ho  pensato: ‘Cosa  facevo quando ero piccola e non mi ascoltavano?’.
Mi  sono guardata intorno. Non  mi trovavo in nessun luogo. Voglio  dire,  non riconoscevo niente. Le  case e le strade mi erano ignote.
L’uomo  ha frenato di nuovo perché ci siamo trovati in una coda di macchine. Ha  cercato nervosamente di sorpassarli,  Ma non si poteva. “Cazzo”  è sbottato. Io  ho pensato: ‘Non  si dice’. L’auto  ha rallentato,  fino a fermarsi. Accanto  a noi C'erano un sacco di biciclette. Ho  ho preso fiato e ho iniziato a urlare,  più forte che potevo: “AAAAAAAAAAAAAAH!!!”
Ho  ho ripreso fiato e ho ricominciato:  “AAAAAAAAAAAAAAH!!!”
Guardavo la gente in bicicletta accanto a me e loro guardavano me.  “AAAAAAAAAAAAAAH!!!”
“STA’ ZITTA” ha urlato l’uomo. Aveva uno sguardo terrorizzato.
“AAAAAAAAAAAAAAH!!!”
Mi ha messo la mano sulla bocca e ha premuto forte.  ho sentito un cattivo odore che mi ha fatto venire la nausea.  “AAAAAAAAAAAAAAH!!!”
Una donna è scesa dalla bici e ha guardato dentro il finestrino.  le macchine davanti a noi hanno ripreso a muoversi.
L'uomo ha tolto la mano.”Ok, ok”  ha ansimato.
Ha  allungato un braccio verso la portiera sfiorandomi le gambe e la aperta.  i suoi capelli mi sono finiti in faccia. “Vattene,  vattene per favore.”
Sono saltata giù dalla macchina, per la strada, in mezzo a tutta quella gente in bici.  La portiera si è richiusa. La macchina è filata via con un ruggito. L'ho vista superare pericolosamente un altro paio di auto, poi è sparita.  Ho sentito una mano sulla spalla. “Che cosa ti è successo?”
Mi sono trovata di fronte alla donna che aveva guardato dentro il finestrino.
“Quell'uomo….”  ho detto.  Poi ho iniziato a piangere.
La donna mi ha messo un braccio sulle spalle.  Ho pensato: ‘Non  toccarmi?  e subito dopo: ‘Abbracciami’. “Vieni  sul marciapiede”  ha detto lei.
Una volta sul marciapiede,  la donna mi ha fatto un sacco di domande,  ma io non riuscivo a smettere di piangere. Ha appoggiato la bici. “ Dove abiti?”  mi ha chiesto.
Io ho pensato: ‘ dove abito?  Dove sono?  In nessun luogo’.

 

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