Heimat è una parola tedesca che si usa per indicare quella dimensione impalpabile di casitudine, di familiarità  che di fatto è irraggiungibile nella sua pienezza poichè si è sempre parzialmente stranieri alla propria storia; è in suo nome tuttavia che ci si muove tra ambivalenze biografiche ed epocali in un perenne racconto parallelo tra il bene, il male, i fatti e le narrazioni.

 Heimat è anche quel capolavoro di cinematografia sperimentale, in tre tempi, con cui il regista tedesco Edgar Reitz  ha attraversato il 1900 con la saga familiare dei Simon, le cui vicende si irradiano da un villaggio immaginario, ma verosimile, in una forbice temporale che va dal 1919 al 1982: nel 1984 escono gli 11 episodi che compongono il primo film (oltre 15 ore), a cui seguì nel 1992 la seconda parte con altri 13 episodi, circa 25 ore (Heimat II)  e nel 2004 Heimat III (6 episodi, 11 ore). 

Negli episodi centrali, disponibili in lingua tedesca,

Reitz racconta i turbamenti di una generazione di giovani che a cavallo degli anni '60 e '70 reclama la necessità abbattere la coltre di silenzio calata sulle responsabilità individuali e collettive nel periodo nazista.

Un brulichio di personaggi dà conto delle liturgie e delle circostanze che accompagnano i cambiamenti di paradigma culturali, raccontando il coraggio delle scelte e la banalità dei comportamenti gregari, i silenzi delle famiglie, le domande non formulate.

“Non si può raccontare l'età della propria vita allo stesso modo in cui si può (e si deve)  scrivere la storia di periodi conosciuti solo dall'esterno, di seconda o di terza mano, attraverso le fonti dell'epoca e le opere degli storici successivi”

scriveva Eric Hobsbawm.

La tedesca Nora Krug, naturalizzata americana e sposata con un ebreo, si insinua in questo magma del non detto dando vita a un'altra pietra miliare, un'altra Heimat, questa volta in forma di libro in cui 

 

affronta i silenzi, i non detti che hanno albergato nella sua famiglia, con un'operazione di visual memories senza precedenti.

Si addentra nei grandi tabù comuni a tante famiglie tedesche del 1900 per guardare dentro a quelle vicende in cui affondano la vergogna e il senso di colpa di un paese in cui si nasce con una sorta di peccato originale che ancora oggi, fuori confine, è rinfocolato con allusioni alle presunte qualità del popolo tedesco: efficiente, superbo, opportunista.

L'autrice ha guardato alle sue vicende familiari così come nel 2011 aveva fatto Art Spiegelman con Metamaus (dal 2016, in Einaudi) un capolavoro di metalettura sul processo creativo di Maus in cui ci accompagna tra le sue scelte artistiche ed etiche, compresa quella delle maschere caricaturali di topi e gatti attraverso cui rese visivamente la disparità di potere tra ebrei e tedeschi. 

É comprendendo il passato - sostiene Nora Krug- che si può leggere il presente e operare scelte concrete attraverso le quali contrastare quei fenomeni di populismo, nazionalismo, xenofobia e antisemitismo che sono tornati a manifestarsi in Europa in maniera sempre più estesa e violenta, in parte come una lunga coda di errori compiuti dai vincitori della seconda guerra mondiale -errori di cui ha scritto la svedese Elisabeth Åsbrink in 1947 (Iperborea, 2018) ricordando quali valutazioni abbiano portato a smembrare popoli e territori sulla carta, sperando in una miracolosa ricomposizione di identità collettive tra persone perfettamente estranee. O forse non è vero neanche questo, forse semplicemente nessuno sapeva che pesci prendere per disegnare un mondo al posto di quello degli imperi ottocenteschi che si era disintegrato con la rivoluzione russa.

Nora Krug nel ripercorrere le vicende della propria famiglia,  sì interroga  sulle scelte e sulle non scelte operate dal proprio nonno, dallo zio morto al fronte appena diciottenne e da chi era loro vicino: cosa voleva dire vivere in un paese della Germania?  Quali relazioni intercorrevano tra vicini di casa,  compagni di scuola,  colleghi di lavoro, parenti? Cosa era lecito dire apertamente e cosa era meglio tenersi per sé? 

Quanta consapevolezza vi era rispetto a quanto avveniva intorno? 

 

Il 20 gennaio 1939,  lo zio di Nora Krug, 13 anni, scriveva in un quaderno di scuola. 

L'ebreo, un fungo velenoso.

Quando vai nel bosco e vedi funghi che sembrano belli, pensi che siano buoni. Quando li mangi, però, sono velenosi e possono uccidere un'intera famiglia.  L'ebreo è come quei funghi.

 

Quando vedi L'ebreo da dietro,  non lo riconosci subito.  Se invece gli parli,  lo riconosci subito. 
Si finge simpatico e ti lusinga senza vergogna. Come il fungo velenoso può uccidere un'intera famiglia,  così l'ebreo può uccidere un intero popolo.

 

13 anni non sono pochi, annota l'autrice.

Non dimenticare il passato sugnifica anche interrogarsi -oggi- sulle responsabilità di una scuola che censura l'esercizio critico del libero pensiero.

 

MetaMaus E quali responsabilità collettive e individuali assumiamo quando accogliamo nel nostro vocabolario parole ritenute denigranti fino a poco tempo prima ma entrate nell'uso comune?

Su quest'ultimo punto è illuminante l'analisi effettuata dal filologo ebreo tedesco Klemperer [ne ho scritto qui IL POTERE DELLE PAROLE | L'utilizzo strategico e strumentale della lingua operato dal nazismo].


Hobsbawm ha sezionato il secolo breve in tre fasi:  Età della catastrofe (‘14-’45), Età dell'oro (‘47-’73) ed  Epoca di decomposizione evidenziando che a partire dalla prima guerra mondiale si abbandona l'arte della diplomazia per perseguire la vittoria totale  che poi, a partire dalla seconda guerra mondiale,  viene denominata resa incondizionata

Un obiettivo assurdo e autolesionistico che condusse alla rovina vinti e vincitori,  fomentando tensioni e rivendicazioni sulle quali sì rinforzarzarono quelle ideologie  e forme di populismo  che rinfocolano oggi in Europa.

Resta il fatto che le decisioni politiche e i diritti di cittadinanza non possono imporre dimensioni identitarie e senso di casitudine: per un periodo molto lungo sono stata cittadina tedesca e per molto anni lo è stato anche mio figlio, poi, per non aver rinnovato in tempo i passaporti, abbiamo perso la  deutsche Staatsangehörigkeit.

La mancanza di cittadinanza non intacca minimamente la mia identità, attesta solo che non ho più diritti che avevo acquisito per caso, non certo per merito.

La domanda che ha accompagnato la mia infanzia: ma scoppiasse di nuovo la guerra tra Germania e Italia, tu: da che parte staresti? suona a vuoto con tutta la sua stupidità, come le allusioni sulla natura subdola del popolo tedesco, che mi sono state regalate da tante bocche adulte, oltre che infantili. Parole vacue, ma non insignificanti. Non lo sono mai in bocca di adulti.

Nora Krug dichiara di aver avuto il bisogno di percorrere la sua storia familiare per fare pace con quel senso di colpa tedesco che ancora oggi le capita di provare per le parole che alcune persone le rivolgono.

Sotto un video per saperne di più sul libro di Nora Krug.

 

 

Vuoi contattarmi?