I bambini giocano

Stig Dagerman su come i bambini poveri si proteggono giocando

Stig Dagerman ha saputo cogliere come i bambini sanno attingere a risorse proprie, anche in condizioni di povertà, di come si proteggono giocando ma anche quanto sia difficile per loro mantenere una buona stima di sè quando gli altri non li considerano nulla.

La psicoanalisi e la pedagogia dei primi del '900 stavano iniziando a studiare il ruolo del gioco nella tutela della salute mentale e fisica del bambino, anche in tempi drammatici segnati dalla guerra e a quelli che gli succedono: sono anni in cui fioriscono studi di grandissimo interesse: Anna Freud, Susan Isaacs, Donald Winicott, Elinor Goldschmied, Maria Montessori,  Emmi Pikler, Henri Wallon.

Nel racconto del 1948 L'auto di Stoccolma (nella raccolta Il viaggiatore, Iperborea) Dagerman restituisce i moti interiori, le giornate, le relazioni interpersonali, i giochi dei bambini poveri e il peso dello stigma a cui sono esposti. 

Qui lo si legge nella traduzione di Gino Tozzetti:

Noi che siamo figli di contadini poveri abbiamo la schiena curva fin da piccoli a forza di cercare di portare carichi pesanti come quegli degli adulti. (…) Certo, è faticoso cercare di essere come i grandi ma che altra scelta ci resta, visto che non ci è mai stato possibile essere bambini? Non abbiamo quasi mai potuto giocare come gli altri perché i nostri genitori non potevano permettersi il lusso di lasciarci giocare. 

Dopo la scuola, abbiamo sempre fretta di tornare a casa. Mille faccende ci aspettano: le patate da pulire, i paletti da piantare, le cime delle carote da tagliare, le vacche da portare alla monta. Tutti gli anni, nel periodo della raccolta delle patate, ci ammaliamo e siamo costretti a rimanere a casa da scuola per due o tre giorni. Per i figli dei contadini poveri questa è una malattia incurabile. Quando, dopo la malattia, torniamo a scuola, i figli dei contadini ricchi e quelli degli operai delle fabbriche ci sussurrano all'orecchio, ma a voce abbastanza alta che anche il maestro possa sentire, che passando dalla strada ci hanno visto a carponi nel campo di patate. 

Seguono pagine in cui Dagerman rende visibile ciò che non lo è:

Per i figli dei contadini poveri non c'è che un gioco ed è quello che ci permette di sopportare tutto senza piangere. Giochiamo a fare i grandi e così possiamo dimenticare che siamo costretti ad esserlo per davvero. Camminiamo come loro, mangiamo come loro e bestemmiamo come loro. Non sarà bello ma è indispensabile. (…) Non è poi così difficile. D'estate anzi è addirittura facile quando non ci sono in giro gli altri bambini a farci sentire la nostra mancanza di libertà. (…) Eppure i figli dei contadini poveri non sono così privi di libertà come credono quelli che sono liberi.

Giochiamo ad essere liberi e in questo modo lo diventiamo.

Quando rastrelliamo la sponda dei fossi non è certo per raccogliere quel po' di fieno striminzito. No davvero, è che siamo a caccia di serpenti. I più velenosi dell'Arica e dell'India (…)

Ma dove siamo più felici è sempre nell'oscurità del fienile, quando il fieno sale e sale e ci spinge, noi piccoli pigiatori, verso l'alto, verso i chiodi pericolosi che sporgono dalle travi del soffitto.

Sommersi da ondate di fieno, che dobbiamo calpestare per farcene stare il più possibile, facciamo finta che sia acqua. Siamo naufraghi in un mare in tempesta, è buio, e sopra le nostre teste ribollono le onde, una via l'altra. Ma noi riusciamo sempre a salvarci, invincibili ai nostri occhi, anche se non lo siamo a quelli del mondo.

E' così che i figli dei contadini poveri trasformano la loro povera vita in qualcosa di grande e diventano eroi di drammi che si sono creati da sé. Ed è così che deve essere: quanto più misera e priva di libertà è la vita che siamo costretti a vivere, tato più forti diventano le fantasticherie di una vita diversa, una vita di libertà e di gloria. No, non è davvero il caso di compatirci quando giochiamo. E' quando perdiamo la capacità di giocare che siamo da compatire. 

Quel che più ci spaventa (…) è che il signore di Stoccolma non ci rivolga neanche una parola, che non ci dia il diritto di esistere. 


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