Oggi soffermo lo sguardo su una moderna perversione: esser poveri lavorando, seppur sacrificando tempo, famiglia, interessi, salute, relazioni, partecipazione attiva al benessere della comunità. Tutto in nome di pochi spiccioli, tassati in anticipo secondo meccanismi malati, spesso pagati in ritardo -e senza garanzie sull'effettiva riscossione. E la nuova povertà ha ricadute anche su molti bambini.

La sociologa Chiara Saraceno nel presentare il suo libro Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, a Cuneo, nell'ambito di scrittorincittà, esordisce  precisando che fa parte dell'immaginario passato l'idea che il lavoro permette di uscire dalla crisi: i fatti, però, dimostrano che non è più così. La percezione della povertà è mutata, a tal punto che l'interesse di Papa Francesco verso la povertà suscita stupefazione e ammirazione; questo la dice lunga -commenta Chiara Saraceno- di quanto la chiesa avesse allontanato da sé i poveri, anche vietando l'accattonaggio nei pressi dei sagrati.

Ricostruendo l'andamento della povertà negli anni precedenti la crisi, iniziata nel 2007, Chiara Saraceno ricorda che non diminuiva, anzi aumentava anche nei paesi con minor incidenza (Svezia, Germania) con l'unica eccezione di alcuni paesi europei, in primis la Polonia, che proveniva da condizioni di grande miseria, e l'Italia, che era in una situazione di stasi. Prendeva consistenza il fenomeno del lavoro poco pagato, a singhiozzo e con tempi parziali, il cosiddetto LAVORO A FETTE, con una sostanziale invarianza nella quantità di lavori "alti" e un incremento di quelli "bassi" e "precari" che non forniscono più un "reddito intero", peraltro non distribuito equamente tra donne e uomini, tra fasce della popolazione e neppure universalmente accessibile -perché rigidamente selettiva dal punto di vista delle "competenze" richieste. Non per ultimo, negli anni precedenti la crisi,  le politiche economiche hanno focalizzato la loro attenzione sull'offerta trascurando di occuparsi della domanda.

 

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Mariana Chiesa, Cantico di fratello Sole, Else e Orecchio Acerbo

Tutto ciò ha generato nuove tipologie di lavoratore povero: quello precario e sottopagato, che statisticamente forse non viene rilevato perché chi lo svolge accede comunque ai consumi, potendo contare sulle risorse complessivamente presenti in famiglia. 

Rientrano in questa categoria prevalentemente le donne (che difatto spesso si trovano per queste condizioni nell'impossibilità di chiudere matrimoni e relazioni che si sono esauriti) e i giovani (che non riescono ad allontanarsi dalla famiglia di origine). Siamo in una situazione che nei fatti nega l'esercizio di diritti essenziali! Lavoratori con famiglie numerose i cui membri afferiscono al suo reddito, situazione che li qualifica statisticamente come poveri su base familiare, di solito sono uomini conviventi\sposati con donne impegnate nel lavoro familiare non retribuito, oppure donne sole con figli. Polonia e Italia sono i due paesi in cui è aumentata la povertà; in particolare in Italia è andata a incidere  sulla popolazione infantile, concentrandosi nelle famiglie con tre bambini; ciò che colpisce è generalmente in queste famiglie almeno una persona lavora, ma non basta quanto guadagna!
In Italia vivono 1.046.000 bambini in condizione di povertà assoluta, di questi 850.000 vivono in famiglie in cui c'è almeno un occupato.
Si rendono necessarie politiche volte a incrementare il lavoro delle donne.
Perché -chiede la Saraceno- i sindacati hanno concentrato tutte le loro attenzioni alla tutela dell'articolo 18 e non sono scesi in piazza, nemmeno un'ora, per difendere i servizi necessari alla conciliazione degli impegni familiari? Servono politiche di trasferimento monetario assennate e capaci di andare a sostenere le famiglie, dato che, peraltro, garantiscono il ricambio generazionale! In Italia non esistono assegni per i figli ma solo complicate iniziative  che privilegiano i dipendenti e che vedono i più poveri cadere tra due sedie, per mancanza di uno dei requisiti di volta in volta richiesti attraverso procedure complicate e mai universalmente lineari.
L'Unione Europea su questo punto non definisce in maniera univoca il livello di povertà, ma definisce povero chi è al di sotto della metà del tenore di vita medio del proprio paese (non dell'Europa dunque!) con conseguenze bizzarre, motivo per cui è stata introdotta una misura un po' più oggettiva, quella della deprivazione grave, calcolata sulla base della compresenza di almeno quattro indicatori tra quelli individuati.

Essere poveri da piccoli è altamente predittivo di una vita povera. Esiste un nesso tra povertà educativa (calcolato sul mancato accesso alle esperienze di vita attraverso cui si nutre una crescita: scuola, sport, cinema, teatro, tempo libero, possibilità di vivere con coetanei in luogi adeguati, ...) e lo sviluppo cognitivo.
La Saraceno evidenzia che nel decreto buona scuola non c'è alcuna menzione di cosa il governo intenda fare specificatamente per le zone in cui sussiste una maggiore povertà, ma, nota, su questo specifico e circoscritto argomento non vi sono state neppure mobilitazioni.
Italia e Grecia sono gli unici due paesi in cui non esiste l'istituzione dell'assegno di reddito minimo, l'Unione Europea su questo tema si limita  a fare raccomandazioni, senza enunciare direttive. In tale situazione l'Italia continua a eludere l'adozione di una soluzione concreta, per una strana confluenza di motivazioni che si sono sovrapposte in passato (un'etica del lavoro riassumibile nello slogan "non una lira senza un'ora di lavoro"; il monopolio ecclesiale della beneficienza; una sproporzionata concentrazione di povertà nel mezzogiorno che non facilità politiche di redistribuzione) tralasciando di aggiustare il tiro con provvedimento adottati in altri paesi, come il meccanismo dell'imposta negativa, che consente, a chi guadagna talmente poco da non poter beneficiare della detrazione prevista come agevolazione fiscale, di poter ricevere la cifra equivalente in denaro. Come spesso accade, vengono privilegiate le categorie dei lavoratori dipendenti, tralasciando di considerare misure a favore dei tanti lavoratori autonomi a basso reddito.
La finanziaria prevede solo 800.000 euro per contrastare la povertà, ma la commissione di esperti, nominata per indagare il fenomeno povertà, quantifica nel doppio ( € 1.600.000) la misura minima necessaria per incidere almeno parzialmente.

 

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Mariana Chiesa, Cantico di fratello Sole

In sintesi: le misure di contrasto della povertà in Italia sono insufficienti, disorganiche, micraniose e non riconoscono universalmente il diritto personale a una vita decorosa ma si rivolgono di volta in volta a categorie (lavoratori dipendenti, familiari, bambini -sovente unicamente solo sotto i tre anni).

Le illustrazioni con cui dialoga il testo sono tratte da:

-Claudia Palmarucci, testo di Davide Calì,Il Doppio, Kite edizioni, 2015
- Mariana Chiesa, Cantico di fratello Sole, Else e orecchio acerbo
- Goffredo Fofi, Armin Greder, Italia AZ, orecchio acerbo, 2015 

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Chiara Saraceno, Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Feltrinelli, 2015

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