Per anni si è sviluppata in Italia un'attenzione alla qualità dei materiali, non ovunque e non negli stessi tempi, per cui a macchia di leopardo vi sono servizi che hanno operato scelte equilibrate, realtà che hanno totalmente bandito questo materiale e servizi, moltissimi, in cui il plasticume regna sovrano.

Per plasticume intendo tutti quegli oggetti venduti con la promessa illegittima di istruire precocemente intelligenze e garantire igiene, quando invece -a ben guardare- si tratta molto spesso di giochi chiusi e prescrittivi, che spingono bambini e bambine a pigiare\spostare\sollevare\spingere\trainare\guardare un tasto, una superficie scorrevole o una finestrella, con la promessa di un premio, che può essere una voce registrata, un suono, una lucetta colorata, un circuito per un elemento che si muove al suo interno, sempre secondo la stessa regola.

Il plasticume veicola l'idea che i giochi siano stabiliti a monte, che un'operazione sia giusta e altre sbagliate, che vi sia un solo modo per esplorare le innumerevoli proprietà di un oggetto: veicola un'idea totalmente sbagliata, ovvero: ciò che ti insegno vale più di quello che faresti tu!

Questi giochi chiusi, trattano i bambini e le bambine come scimmiette da laboratorio, passando il messaggio che se fai la cosa giusta ricevi un premio.
Fatico a immaginare qualcosa di più inutile, dannoso e controproducente!

Inutile, perchè i bambini si stancano presto e torna a dedicarsi alle loro cose, a meno che la quantità di proposte sciocche non sia talmente pervasiva da appiattirne la tensione esplorativa.

Dannoso, perchè insinua l'idea che l'omologazione sia la retta via, quando invece per far fiorire le precipuità di ognuno, aiutandolo a sprigionare i suoi interessi in divenire, occorre favorire una pluralità di esperienze, permettergli di inventare soluzioni creative, promuovere un'idea positiva di errore, inevitabile e generativa esperienza legata alla ricerca.

Controproducente perchè questi oggetti non sono paladini dell'igiene (ne vedo sovente ammassati senza nessuna attenzione alla pulizia), inquinano, ingombrano, pesano, annoiano, costano.

A ben vedere il problema principale non è la plastica, sebbene l'abuso che ne stiamo facendo abbia determinato un disastro planetario, motivo per cui occorre prendere coscienza della necessità di orientare le nostre scelte verso alternative ecosostenibili. 

Quando la plastica entro nel raggio di ponderazioni educative -nei servizi educativi, nelle case, nei luoghi pubblici, nelle ludoteche, in biblioteca- il problema è la miopia per cui la si ritiene un male assoluto da bandire oppure se ne esalta il potenziale igienico, spesso senza peraltro poi premurarsi di disinfettare realmente i materiali.

La plastica c'è, esiste in eccesso, è ovunque: la scelta più ecologica è usarla in misura equilibrata ogni volta che questo ha senso. E per cogliere quanto il suo utilizzo abbia senso dobbiamo, ancora una volta, guardare come bambini e bambine la utilizzano. Il vero ostacolo è la nostra incapacità di appropriarci dell'idea che i bambini sono dotati di un'istinto esplorativo e  investigativo, per cui tutto ciò che li circonda è motivo di interesse.

In tempo di Covid molte persone impegnarte nei servizi educativi soffrono, e io con loro, per direttive contradditorie e miopi: l'indicazione  generale è eliminare tutto ciò che non è sanificabile, ma troppe decisioni sono state assunte senza valutare cosa esattamente lo sia, cosa no, cosa può essere usato e buttato: procedendo per eccesso di prudenza si torna indietro di decenni nella cultura educativa e si favoriscono non scelte  da cui conseguono situazioni incongruenti, motivo per cui molte realtà hanno optato per reintrodurre giocattoli  di plastica chiusi, quei plasticoni che Munari contrastava, denunciando la logica commerciale del furbetto: una logica boomerang che torna indietro sul singolo (forse) e sulla società intera (sicuramente).

Ecco che purtroppo i famigerati plasticoni vivono un momento d'oro, a discapito di proposte estremamente intelligenti e stimolanti quali materiali naturali, di scarto, di uso comune.

Vi sono tuttavia moltissimi materiali di plastica che destano un vivido interesse, ingaggiando piccoli e grandi per l'ampiezza delle possibilità che favoriscono.

Ho deciso di mostrare alcuni oggetti di plastica che bambini e bambine usano in maniera sapiente per esplorare il mondo, forse saranno di stimolo per alcune realtà.

Un banale cestino di plastica  è composto da griglie che spesso si diversificano -i fori sullo sfondo sono diversi da quelli laterali- e le persone di ogni età, ma soprattutto durante l'infanzia, vi guardano attraverso, vi scorrono i polpastrelli, li allontanano e avvicinano dagli occhi, giocano con le ombre.

Oggetti traforati e non, quando sovrapposti, creano infiniti diversi effetti, sia modificando la vista di ciò che c'è intorno, sia per ciò che avviene nel nostro corpo mentre li afferriamo e spostaimo.

Pensiamo ai bebé: pochi mesi di vita, tutto da scoprire e imparare. Se lasciati in posizione supina -la più naturale in questa fase della vita- a terra o su un'altra superficie sufficientemente ampia perchè possa muoversi in sicurezza, possiamo mettere a loro disposizione oggetti leggeri e facili da afferrare, o che addirittura rimangono catturati tra le loro dita senza intenzionalità, stimolandone discretamente l'attenzione attraverso cui maturano una graduale consapevolezza di sé.
Osservare un oggetto, allungarsi con volizione per afferrarlo, avvicinarlo, spostarlo, portare le braccia sul proprio campo visivo, ... è possibile, inizialmente, solo se questo è molto leggero e facile da afferrare.
In questa fase bambini e bambine apprezzano moltissimo oggetti di uso comune come scolapasta, cestini, battipanni., ...
La plastica è molto ricercata, sia per i colori che per la leggerezza, ben più agevolante dei corrispettivi di legno fintanto che il controllo sull'oggetto è in via di sviluppo. Ovviamente è nostro compito mettere a disposizione anche oggetti in paglia, midollino, metallo, ....

Gli oggetti che propongo nelle fotografie vengono esplorarti con grandissima attenzione anche crescendo, sia che li si utilizzi in chiave simbolica che scientifica: scolini, imbuti, contenuitori, setacci accompagnano i giochi dell'essere umano tutta la vita.

In Italia siamo particolarmente sensibili alla bellezza, che facciamo coincidere sempre più spesso con materiali naturali. Dobbiamo porre attenzione: è un concetto estremamente labile e discutibile.

Usare ciò che già esiste, più e più volte, è la postura più autenticamente ecologica.

L'idea del riciclo che è alla base di molti laboratori creativi che tanto entusiasmo suscitano negli adulti -e nei bambini solo quando condotti da persone capaci di aprirsi al loro fare- è molto scivolosa per la verità, perchè i materiali utilizzati vengono troppo spesso poi buttati senza la necessaria selezione: ecco che si è solo allungato di pochissimo la loro vita attiva, trasformandoli troppo velocemente in rifiuto. (Non me ne vogliano le tantissime persone che con gran competenza usano e riusano ogni centimetro di materiale; mi rivolgo a chi ha ancora da matuare questa attenzione)

La sfida oggi è usare ciò che è ancora in buono stato (quasi tutto ciò che quotidianamente buttiamo è ancora nuovo!) e smettere di usare la plastica come materiale usa e getta. 

Con questo non intendo tessere le lodi della plastica, tuttavia posizioni dogmatiche e rigide sono sciocche, quindi dannose.

La stessa Elinor Goldschmied  dopo aver bandito per decenni la plastica dai cestini dei tesori, riconobbe che invece esistono alcuni oggetti in plastica e gomma estremamente interessanti, come ad esempio, i moderni spazzolini da denti, che in pochi centimetri accorpano numerosissime diverse qualità. Traggo dalla sua lezione, lunga una vita, l'idea che gli educatori interrogano le moltiplicici qualità sensoriali degli oggetti, con intelligenza vivace e pionieristica.

Ricevo telefonate, in queste settimane, da educatrici e coordinatrici con cui ho lavorato in passato, persone che hanno scelto questa professione con convinzione: molte mi riportano la loro gran fatica, spesso aggravata da un disorientamento che non si ricompone in sede di équipe: Forza! Forza! Forza! Non tirate i remi in barca!

Nota a margine: sul nostro rapporto con la plastica ho apprezzato molto: Plasticus Maritimus, di Ana PegoIsabel Minhós Martins Bernardo Carvalho (Topipittori)

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