Riga, la capitale lettone, è in pieno fermento. Si presenta ricca di sfaccettature, con profili urbani che talvolta sembrano definiti dal caso tanto quanto dai cambiamenti politico-economici: solo il fiume Daugava e la folta vegetazione urbana sembrano placidamente indifferenti ai rapidi mutamenti che la città fatica a metabolizzare. Oltre 800 palazzi Art Noveau eretti per celebrare la ricca borghesia, e successivamente malvisti dalla Russia che ne accellerò il declino con mirate assegnazioni ai poveri, sono oggi oggetto di un piano di restauro che restituisce alla città il loro aspetto originario, non di rado pacchiano. Al loro fianco edifici in stile sovietico, neogotico, neoclassico: l’occhio incontra senza sosta ruderi, una pervicace presenza di alberi e cespugli che in essi affondano le radici, ma anche palazzi in legno, architetture recenti proiettate nel futuro, piazze e parchi: ovunque sono in corso lavori stradali ed edili.

Una comunità hippy spunta tra i palazzi Art Noveau in attesa di ristrutturazione

Rimango spaesata dalla compresenza di due impressioni opposte: il tempo sembra essersi fermato ma molto avviene intorno.
Il centro storico, a causa del turismo low-cost, è divenuto appannaggio di negozi di Suveniri e ristoranti, tra cui Felicità, di Albano Carrisi che assicura all’avventore vino e musica del titolare. Molte attività produttive sono interamente gestite da giovani. Figure biondissime e slanciate, molti corpi solidi contadini.
Per orientarsi a Riga non si può prescindere dalla sua storia recente, è attraverso di essa che assumono significato la nuova monumentale biblioteca nazionale inaugurata nel dicembre 2014 (il Castello di luce) e i 2 principali eventi del 2018: le celebrazioni per il centenario della prima dichiarazione d’indipendenza dalla Russia e RIBOCA1, la prima biennale internazionale d’arte.

Comune denominatore dei progetti culturali: la giovane età e la conoscenza dell’inglese di chi vi lavora.
Dal 1720 la Lettonia è stata prevalentemente sotto l’influenza sovietica, segnata da vicende alterne con la Germania, da cui molti nobili presero le mosse per stabilirsi in Curlandia, il territorio più a ovest della Lettonia, divenuta terra dell’aristocrazia più élitaria che sia mai esistita.
La Curlandia fu isolata poi dal resto del mondo durante la guerra fredda, per impedire accessi e fughe via mare.

Quest’anno si celebra il centenario della prima proclamazione dell’indipendenza avvenuta il 18 novembre 1918, che durò solo fino a quando la Germania nazista e l’URSS firmarono il patto di non aggressione reciproca (patto Molotov-Ribbentrop, 1939) restituendo nuovamente la Lettonia alla sfera di influenza sovietica. In occasione del 50° anniversario dalla firma del patto Molotov-Ribbentrop, il 23 agosto del 1989, prima della caduta del muro di Berlino, oltre due milioni di persone -delle nove che complessivamente contavano le popolazioni di Estonia, Lettonia e Lituania- si affiancarono l’una all’altra per chiedere l’indipendenza dall’URSS. Formarono una catena umana lunga 675,5 km per esprimere al mondo, spesso cantando, la propria volontà di indipendenza.
Le capitali baltiche di Tallinn, Riga e Vilnius furono simbolicamente unite attraverso quella che fu poi chiamata la Baltic Way (Baltijas ceļš in lettone).
Il fotografo Aivars Liepinsh, da un elicottero, immortalò con i suoi scatti la vicenda, foto di cui Erik Kessels si avvale per allestire Chain of freedom, in occasione di RIBOCA1 (che vediamo in testa all'articolo).
Il 4 maggio 1990 la Lettonia varò una dichiarazione d’Indipendenza, divenuta definitiva il 21 agosto 1991.
Il 1 maggio 2004 entrò nella comunità europea con il favore del 67% del 72,5 dei lettoni che si recò alle urne.

La nuova Biblioteca Nazionale Lettone non risponde solo al bisogno di ampliamento della precedente, dichiarata insufficiente fin dal 1940, ma concorre ad affermare l’identità lettone, come testimonia la scelta di organizzare una catena umana, in memoria della pacifica Baltijas ceļš, per trasferire i libri dalla vecchia alla nuova sede: cinquemila persone si sono passate di mano in mano circa duemila libri impacchettati singolarmente, sulle note di Wagner, che a Riga avviò la sua carriera. Con questo gesto la Lettonia ha inaugurato nel dicembre 2014 le manifestazioni della capitale europea della cultura.
Lo stesso nome con cui affettuosamente in Lettonia ci si rivolge all’imponente edificio,Castello di luce si riferisce alla leggenda secondo cui il castello omonimo sprofondò in un antico lago per risorgerne solo quando i lettoni fossero tornati nuovamente padroni della loro terra: a ciò si è ispirato l’architetto americano di origine lettone Gunnar Birkerts, nel progettare le linee asimmetriche che si intersecano lungo 13 piani, pensati per ospitare una ricca programmazione di eventi culturali e convegni, oltre al patrimonio documentale (circa 4 milioni di libri antichi e moderni, giornali, foto, video).
La vastità degli ambienti rischia di apparire un po’ fuori misura rispetto al patrimonio e alla popolazione, che complessivamente sfiora i due milioni di abitanti nell’intera nazione, di cui seicentomila raccolti nella capitale. Entrandovi colpiscono le dimensioni degli spazi vuoti, in cui anche le esposizioni minacciano di perdersi, e i numerosi scaffali in attesa di libri, che caratterizzano la quasi totalità delle stanze, con qualche eccezione. Nonostante l’imponente investimento in arredi e complementi, specie per quanto attiene alle luci e alle postazioni informatiche, si respira la sensazione di camminare in un progetto in divenire, in cui è tutta da costruire un’identità capace di animare un vivido rapporto tra territorio e patrimonio bibliotecario.
Per divenire a tutti gli effetti un luogo di vita per la popolazione, capace di dialogare con le mutevoli richieste dei cittadini, occorre adesso rendere meno celebrativo e più vitale il Castello di luce.

Per le celebrazioni per il centenario dell’indipendenza il Ministero della cultura ha organizzato un programma pluriennale che ha avuto avvio nel 2017 e si concluderà nel 2021, con eventi di punta in calendario per il 18 novembre 2018.
(descrizione)Complessivamente il carattere dell’intera operazione è avvolto da una volontà di affermazione identitaria che se da un lato intende agevolare relazioni con tutti i paesi amici e spronare i cittadini a creare fattivamente la Lettonia con il proprio contributo quotidiano, intellettivo, sociale, dall’altro sembra in agguato il rischio di autorefenzialità per la forte insistenza sull’appartenenza lettone nell’individuazione dei vari protagonisti.
Per presentare il programma il Ministero della cultura ha preso a prestito le parole drammaturgo lettone Rainis Siamo grandi come la nostra volontà (dal film Indulis e Ārija del 1911), seguite da una lunga nota esplicativa in cui sostanzialmente, a più riprese, ribadisce che la Lettonia è creata dai pensieri e dalle azioni dei suoi cittadini, attraverso i loro contributi quotidiani orientati verso la prosperità.
I AM LATVIA è il messaggio partecipativo al centro delle celebrazioni volte a raggiungere precisi obiettivi: onorare i fondatori e commemorare eventi che hanno avuto un ruolo chiave nella creazione dello stato della Lettonia, testimoniare i valori nazionali ed europei, avvalorare la bellezza della natura, la diversità culturale e l'originalità; celebrare i talenti e le conquiste del popolo lettone; creare simboli storici duraturi e nuove opere d'arte; stimolare un senso di responsabilità nella comunità; coinvolgere e riunire i lettoni di tutto il mondo; affermare il ruolo attivo della Lettonia nella costruzione di relazioni internazionali e interculturali. 

Colpisce il fatto che si svolga, in contemporanea alle celebrazioni dell’indipendenza dalla Russia, RIBOCA1, la prima edizione della biennale internazionale d’arte contemporanea Riga, un’operazione finanziata prioritariamente dal magnate russo Mirgorodskiy e organizzata da sua figlia, con la curatela di Katerina Gregos. Un totale di 104 artisti, tra cui si annoverano 10 collettivi, sono chiamati a interrogarsi sui fenomeni che caratterizzano i rapidi cambiamenti in atto e recenti, ponendo attenzione alle ricadute nelle vite di ciascuno.
Per bilanciare prevalenza di artisti di area baltica ne sono stati chiamati da Corea, Argentina, Venezuela, Colombia e Sud Africa, Russia, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Svizzera, Grecia e Bulgaria.
Delle 141 opere, di cui 49 sono state commissionate appositamente per la biennale, la maggior parte sono dislocate in 5 sedi cittadine e in una vicina località di mare: Jurmala; 10 opere pubbliche sono collocate in luoghi sparsi di Riga.
La curatrice suggerisce un percorso che prende le mosse dalla Facoltà di Biologia dell’Università di Riga, base in cui gli artisti intendono esplorare i cambiamenti visibili e invisibili indotto dagli sviluppi scientifici e tecnologici, la nozione di tempo evolutivo, l'impatto dell'uomo sull'ambiente nell'età dell'Antropocene e il costante rinnovamento della conoscenza.
La cornice investigativa ruoto intorno alla domanda: il progresso tecnologico e scientifico ci condurranno verso un abisso o verso qualcosa di liberatorio e pieno di promesse?
Particolarmente incisivo l’allestimento nell’appartamento del mecenate lettone Kristaps Morbergs, che vi trascorse la sua vita nel primo Novecento: parte del palazzo è fatiscente, parte ristrutturata, nella parte decadente si giocano i contrasti più suggestivi. Qui sono esaminati i cambiamenti storici e politici, i periodi di trasformazione radicale e di riorganizzazione sociale, esplorando come nel tempo vengono reinterpretati e riflessi i momenti di transizione, sia a livello collettivo, individuale che di spazio fisico e incarnato.

Il distretto di Andrejsala che si sviluppa sulle sponde del fiume Daugava, tra i ruderi dell'antica area portuale industriale -un tempo eccellenza nell’ambito manifatturiero e base per l’economia russa, rappresenta il luogo della ristrutturazione politica ed economica dopo il crollo dell’industria e il passaggio dell’economia verso la fornitura di servizi.
Questa parte della biennale tratta come la trasformazione abbia generato obsolescenza a diversi livelli, interessando l’andamento demografico, la distribuzione del reddito, l'occupazione, le strutture sociali e gli schemi commerciali. Invece presso l’ex fabbrica tessile Bolshevichka -che in precedenza aveva ospitato un calzaturificio e poi ospedale militare- ferma fin dagli anni ‘90, l’artista lettone Andris Eglītis ha ricreato il proprio studio. In questo spazio, invaso dalla natura urbana, gli artisti selezionati per la Biennale considerano il dilemma ricorrente su quale rapporto intercorra tra natura e cultura, così come gli effetti di entropia, distruzione e obsolescenza. Sporta2 Square è un quartiere artistico, tecnologico e commerciale emergente, qui, presso l’ex fabbrica di dolci "Laima" si sta sviluppando kim? un progetto in cui convivono un centro d'arte contemporanea, start-up, spazi di co-working, studi creativi: in tre spazi espositivi la biennale pone all’attenzione velocità e accelerazione, indagandone ripercussioni scientifiche, tecnologiche e sociali, in termini di tempo, lavoro, economia, globalizzazione, rapporto individuo\stato. 

All’Art Zuzeum, il centro d'arte in divenire fondato dalla famiglia Zuzān in un’antica fabbrica di sughero, si trovano le opere che interrogano i sentimenti di ansia legati al timore di non essere all'altezza dell'immagine che abbiamo creato di noi stessi, alla paura di non riuscire a stare al passo in una società prestazionale che è in perenne e rapido mutamento: gli artisti prendono in considerazione come questi cambiamenti influenzino a livello esistenziale le persone e quali strategie di resistenza o stili alternativi siano possibili.
La penultima tappa porta all’edificio che ospita il Kaņepes Kultūras Centrs (KKC), costruito nel 1895 per gli aristocratici baltici tedeschi e russi, divenuto poi dormitorio per studenti, successivamente scuola di musica, prima di essere abbandonato a se stesso fino alla fondazione del KKC (2012): da allora ospita un centinaia di eventi culturali, artistici e sociali per incoraggiare lo sviluppo di idee e strade culturali; in occasione di RIBOCA1 ospita un nuovo progetto And All is Yet to be Done: The Grammar of Feminist Organising (2018) attraverso cui gli artisti si informano su come l'organizzazione delle donne possa creare una politica femminista per il futuro.
Giunti alla Art station Dubuti , una stazione modernista del 1977 che si incontra nella località balneare di Jurmala, si arriva letteralmente al capolinea della biennale, raggiungendo il Sensorium: un laboratorio per decellerare e sperimentare una nuova politica dei sensi attraverso esplorazioni di olfattive, gustative, uditive e tattili generalmente trascurate a favore della vista. L’artista Solvej Helweg Ovesen favorisce una riconnessione con l'esperienza incorporata.

Di questo paese non sfugge una propensione alla tristezza. La pressione russa è tornata a farsi sentire da lungo tempo e da aprile tutti i paesi baltici, fino alla Finlandia, sono in agitazione, soprattutto i giovani in età da servizio limitare. Molti stanno valutando di spostarsi all’estero. Ma colpisce pure un fermento culturale e una tensione creativa giovanile che ambisce a superare le insidie e le contraddizioni.

Una nota: non si vedono nei luoghi pubblici persone affaccendate intorno al loro smartphone, così come si cammina tra uomini e donne che non sono ancora omologate nella rincorsa all’ultima moda.
Con una storia severa come quella lettone, è certamente insidioso il processo per definire il punto di equilibrio tra orgoglio identitario e vanagloria autocelebrativa: il programma del ministero per la cultura esplicita che la Lettonia intende essere un attore attivo e responsabile nel campo della costruzione di relazioni internazionali e interculturali.

Mi porto a casa vari zoom di ordinaria quotidianità che alimentano l'immagine di un paese che non è ancora ingessato in norme sulla sicurezza stringenti, come testimonia l’allestimento di RIBOCA1 in sedi espositive disconnesse e fatiscenti che si visitano sotto la propria responsabilità.  

Foto in apertura di Erik Kessels, Chain of freedom, installazione per la Biennale RIBOCA1.

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