Il signor Jamie McCartney ha dedicato quattro anni a raccogliere calchi in gesso dagli organi genitali esterni di quattrocento donne per realizzare un'opera d'arte, di cui illustra in questi termini il senso

È un modo per andare oltre le allusioni alla pornografia.
I genitali, se considerati al di fuori del corpo, non sono per niente sexy, e quando sono così numerosi lo sono ancora meno. Inoltre i calchi completamente bianchi eliminano ogni questione di razza o colore.
La gente mi chiede com’è stato lavorare con 400 vagine. Mi piace sottolineare il fatto che in realtà ho lavorato con 400 donne.
Ho sentito un sacco di storie e di opinioni che di certo hanno influenzato la mia comprensione su svariate questioni femminili.
Mi piace pensare che mi abbia aiutato a crescere un po’.

La vacuità delle motivazioni, unitamente agli errori e alla superficialità che trapelano da queste poche parole mi farebbero passare oltre, anche perché questo signore

ha raccolto i calchi di 400 -dico 400!- vulve e ancora le chiama vagine??

Incredibile ma vero: l'opera si chiama The Great Wall of Vagina e in ogni intervista rilasciata a stampa, radio e video l'errore è stato reiterato, anche dai giornalisti di varie testate internazionali, comprese quelle italiane.

É un vero peccato, perchè ho ancora molto viva l'impressione che l'opera mi suscitò in Triennale, a Milano: un'installazione davvero potente, illuminante, istruttiva.

Ho trovato altrettanto stupefacente che lo stesso errore sia stato commesso dallo staff di Sex Education, la serie televisiva britannica, on demand, in onda dal 2019 su Netflix, in cui il protagonsita Otis, figlio di una famosa terapista sessuale, si afferma tra i compagni come "esperto" di relazioni affettive.
Durante un episodio Ruby Matthews, una delle ragazze più popolari e scortesi della scuola, si trova nei guai perchè una foto della sua vulva rischia di essere diffusa a scuola: ebbene la ragazza esclama

"quella è la mia VAGINA!"

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Peregrinando in rete ho trovato moltissimi materiali di varia qualità, che reiterano l'errore di nomenclatua confondendo la vulva con la vagina, accade con la cossidetta  "Vagina Monoprints" ad esempio.

Tutt'altra precisione invece ritroviamo nell'opera pittorica L'origine du monde di Gustave Courbet, realizzata nel 1866.

Il progetto Diversity of Nature dell'artista Jacqueline Secor nasce per contrastare le autocritiche del tutto ingiustificate che molte donne muovono a loro stesse sulla scia di quanto imparano a fare nei rispettivi ambienti di vita.
La serie di pitture intende onorare l'unicità di gni corpo, avvalendosi della collaborazione delle donne di tutto il mondo. Con la sua ricerca intende affermare che la bellezza, la forza, la sopravvivenza stessa della natura dipendono dalla diversità, ciò vale anche per gli umani.

Scegliere di rappresentare le vulve come parti della natura non significa cercare di renderle "più belle", ma piuttosto mostrare le vulve come sono: elementi integrali del mondo naturale di cui facciamo parte. 

Anche in questo caso tuttavia, la stampa cade in errore, come si può riscontrare qui

La rappresentazione sociale della vulva ha avuto una curiosa evoluzione: oggetti di culto prima e di denigrazione poi. Per una parziale ma brillante ricostruzione su come sia avvenuto il cambio di paradigma rimando alla lettura del fumetto il frutto della conoscenza, Fandango libri  

Ancora oggi la censura limita la circolazioni di immagini che ritraggono gli apparati genitali, è accaduto ad esempio che il quadro dell'artista russa Natalia Goncharova (Modella 1909-1910) esposto a Palazzo Strozzi lo scorso anno, sia incappato nella censura di Instagram!

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Natalia Goncharova

Per millenni la letteratura e le arti figurative hanno rappresentato l'atto di alzar le vesti per mostra la vulva, era una pratica riconducibile a svariate motivazioni, alcune cariche di valore simbolico altre leggiadre. Elisa Talentino ce lo ricorda con questa immagine, che fa parte della serie Pfaueninsel, Isola dei pavoni.

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Elisa Talentino

Chiuso questo ciclo con della buona musica.

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