Stig Dagerman ha lasciato passi molto interessanti sul rapporto genitori-figli.

In Perché uccider il contrabbasso -dalla raccolta Perchè i bambini devono obbedire? (Iperborea)- Dagerman racconta di un promettente contrabbasista che rinuncia a una probabile carriera perché il neonato figlio sembra non apprezzare il suono dello strumento.

E' proprio vero che il bambino debba venire prima del contrabbasso? Io penso di no. Penso che si debba evitare di fare di tutto una scelta. Non credo che sia sempre necessario scegliere, checché ne dicano gli esistenzialisti. Anzi, ci sono dei casi in cui scegliere è pericoloso, perché le cose tra cui dovremmo scegliere, ben lungi dall'essere opposte tra loro, col tempo in realtà si completano. Quanta infelicità ci è stata risparmiata, per esempio, dal fatto che la gente si sia rifiuatata di scegliere tra le convenienza e l'amore e abbia scelto entrambi, sia pure in momenti diversi? Chi crede che si debba scegliere tra il bambino e il contrabbasso un giorno se ne pentirà, se davvero il contrabbasso significa qualcosa per lui. Quanti poveri bambini, mezzo ammazzati dall'amore, sono stati coccolati con tanta di quell'amarezza da rimanere emotivamente danneggiati per il resto della vita? Quanti assassini di contrabbassi hanno amorevolmente sussurrato all'orecchio dei loro figli: "Pensa cosa sarei diventato se non fossi nato tu. Non hai idea di quanto ero bravo a suonare il contrabbasso prima che tu nascessi. Ma poi sei nato. E naturalmente tu eri più importante, bambino mio, eh sì, è così". Poi ci sono quelli per il contrabbasso non contava già niente, quelli che erano fondamentalmente insicuri di sè e delle proprie capacità di ottenere un qualsiasi risultato davanti a un pubblico e che hanno assassinato il contrabbasso per sicurezza. Spesso sono proprio loro ad essere presi a esempio di perfetto amore familiare, come se l'egoismo e la debolezza non potessero avere le sembianze dell'amore. Ci sono fallimenti che si camuffano abilmente con la formula "vivo esclusivamente per i miei figli". Ma la verità è che noi viviamo per tutti e l'esistenza sarebbe  ancora più dura, più solitaria e più amara per molti, se i genitori non vedessero nessun altro al mondo che gli esseri da loro generati. E la maggior parte delle cose non sarebbe mai stata fatta, se non ci fosse stato l'"egoismo" di chi ha continuato a suonare il contrabbasso con l'accompagnamento di pianti infantili. Ora, sono del tutto consapevole, ovviamente, che tra i suonatori di contrabbasso si può rilevare un egoismo che non dipende affatto dal contrabbasso, ma dalla propria comodità. Non ho alcuna simpatia per quei genitori che trattano i figli come fossero bagagli da portarsi in treno. Si fuma una sigaretta, si legge il giornale e quando il viaggio comincia a diventare monotono li si tira giù, li si apre e si estrae una coccola, una risata o qualche frase fatta beneducata per cacciare la noia. Il dilemma dei genitori non consiste nella scelta del contrabbaso e il bambino, ma nell'arte di trovare un equilibrio nella loro esistenza che consenta di non trascurare nè l'uno nè l'altro. Certo, imparare quest'arte richiede tempo (...) 

Ridefinire nuovi equilibri per soddisfare, almeno in parte, i propri bisogni e quelli dei figli, richiede tempo, tentativi, errori, riformulazioni. Penso che lo svedese Dagerman offra importanti spunti su cui riflettere, anche nella società italiana, gravemente affetta da strabismo, che da un lato punta con superficialità  il dito contro la fragilità di ruolo dei genitori, dall'altra non fa nulla per tutelare un tempo di conoscenza tra loro e i figli, non riconosce fattivamente alla maternità\patrnità tempi fisiologicamente necessari per fare i conti con il nuovo ruolo genitoriale, per ridefinire la struttura familiare e di coppia.

Nell'articolo Difficoltà di genitori, Dagerman dissente dalla massima di Jonathan Swift secondo cui ai genitori meno che a chiunque altro dovrebbe essere affidata l'educazione dei figli.

Swift distingue tra l'educazione familiare e la vera educazione.
La questione dunque è questa: è possibile che un giovane padre e una giovane madre siano perfettamente consapevoli dei discutibili presupposti dell'educazione familiare e, ciò nonostante, si ostinino a volere "educare" i figli? La risposta è si, è possibile, basta semplicemene formulare le opportune illusioni.
Tutti i giovani genitori ritengono di essere così fortunati da avere -a differenza di tutti gli altri genitori- delle cognizioni che li rendono veri educatori (...). Può essere, ed è il caso più frequente, che queste derivino dall'esperienza, ancora relativamente recente, degli errori commessi dai propri genitori nell'educarli. Questa illusione può essere definita così: è dagli errori che si impara. Se uno ha avuto genitori particolarmente parsimoniosi tratterà i figli con illuminata generosità. Se uno è stato stretto in una camicia di forza punterà tutto sulla sperimentazione della libertà. 
E se, ciò nonostante, i risultati non sono poi così buoni, è inevitabile che ci si senta vittime delle circostanze e delusi dagli oggetti stessi dell'educazione, in quanto feriscono, nei genitori, l'autostima indispenabile perché si instauri l'armonia. 

All'inizio si cammina in punta di piedi intorno al neonato pieni dei migliori propositi, lamentando unicamente il fatto che sia ancora troppo piccolo per rendersi conto di quali fantastici principi educativi veglino sulla sua culla come angeli custodi. In cosa consistono dunque questi buoni propositi?
Ciò che distingue un educatore familiare  dal vero educatore  sarebbe, a quanto pare, che solo quest'ultimo pone al centro il bambino, mentre il primo pone al centro l'equilibrio della famiglia.
I genitori che si propongono di essere veri educatori dovrebbero dunque (...) rinunciare all'idea di raggiungere una perfetta armonia familiare per tutto il tempo in cui si svolge il processo educativo -ovvero finché i genitori detengono nei confronti dei figli una netta superiorità data dall'età e dal sapere. Ma è possibile? Swift sostiene che l'aspirazioen all'armonia è indissolubilmente legata all'idea di famiglia. (...) I genitori non chinano tanto facilmente la testa sotto il giogo di Swift.
Tra i buoni propositi che almeno il primo figlio suscita rientrano proprio le più nobili idee di sacrificio, quella che viene sacrificata, naturalmente, è la libertà, vale a dire quella sovrappiù di libertà che possiede chi non ha figli rispetto a chi ne ha.
La questione della libertà occupa i neogenitori con l'ambizione di realizzare qualcosa di eccezionale nel campo dell'educazione. Per esempio: come deve essere distribuita la liberrtà all'interno della famiglia? Ftfty-fifty tra genitori e figli? O cento a zero?Forse potrebbe essere utile prendere in esame più da vicino il concetto di libertà su cui noi genitori spesso riflettiamo.
Naturalmente abbiamo ben chiaro che è auspicabile che i bambini godano della libertà  più ampia possibile e che ogni limitazione che ci troviamo costretti a imporre viene vissuta da noi, all'inizio, come una sconfitta personale. Ma è evidente che prima o poi saremo costretti a renderci conto che le limitazioni sono necessarie per il semplice fatto che esiste un limite alla libertà, un limite che  su fa presto a raggiungere. Se lo oltrepassiamo corriamo il rischio di ritrovarci non in una maggiore libertà, ma in una grande schiavitù. Personalmente faccio fatica a capire la concezione secondo cui la libertà illimtata sarebbe l'educazione ideale.
La libertà, spesso, è invece una fuga dall'educazione.
C'è una tirannia della condiscendenza che non è affatto più innocente di un arrogante dispotismo. A rigore non ci vuole una grande scienza per lasciar fare ai propri figli più o meno tutto quello che vogliono, ma è piuttosto insensato e, alla lunga, anche pericoloso, perché nessun essere umano è in grado di sopportare la sconfinata libertà degli altri. Il rischio è di cadere nell'apatia o di cercare sfogo  in scoppi improvvisi di rabbia, entrambe possibilità altrettanto inappropriate per qualsiasi tipo di educatore.

Forse esiste però un punto di partenza diverso e più fruttoso per un educatore che non la pura e semplice libertà. (...) Quel che un educatore deve in primo luogo tener presente non sono le teorie sulla libertà, ma il fatto che ogni singola cosa, nel più vero senso  del termine, appare totalmente diversa nel mondo dei bambini. Come è più grande per loro il bosco, come sono più vicine le stelle e come sono più lunghe le strade. (...)
Qualche giorno fa ho appeso un quadro e ho domandato a mio figlio più piccolo, di tre anni,  se era appeso giusto. "No" mi ha risposto irritato, "deve stare lì". E mi ha indicato un punto molto vicino al pavimento. Aveva ragione: il quadro andava appeso lì se voleva vederlo bene. Nel mondo dei bambini tutti i quadri sono appesi troppo in alto. Ma per l'educatore si pone il problema: qual'è l'altezza giusta a cui appendere i quadri?
Nella casa dell'educatore familiare, in nome dell'armonia, si cercherà un compromesso e si appenderanno i quadri più o meno a metà tra il pavimento e il punto in cui erano appesi prima, in modo che tutti quanti li vedano altrettanto male. Poi abbiamo la categoria di quelli che smettono di vivere per se stessi nel momento in cui hanno dei bambini: questi appenderanno i quadri in basso, appena sopra al pavimento, così i genitori dovranno mettersi in ginocchio per guidarli. E c'è anche il tiranno che, per scopi educativi, appenderà i quadri subito sotto il soffitto  perché lui da bambino ha avuto la vita dura.
Ma quello che ci interessa di più è forse la reazione del vero educatore. E' lecito pensare che lasci il quadro dove sta bene appeso e insegni al bambino a utilizzare correttamente una sedia? 

Dagerman chiude con un aneddoto davvero gustoso:

(...) una sera, in una casa in via di ristrutturazione, capitò che due bambini si rifiutassero di prendere sonno. Saltarono giù dal letto, fecero cadere le scale degli operai, si imbrattarono i pigiami di vernice e chiamarono il centralino di quel piccolo comune per dire alla signorina che era ora di andare a letto. I genitori in un primo tempo cercarono di rimetterli a letto, ma loro scattavano su come molle. Si faceva sempre più tardi e alla fine i genitori non riuscirono più a sopportare la libertà dei figli. Allora il padre ebbe un'idea. Disse ai ragazzini che se non volevano sentire ragioni, li avrebbe portati fuori a fare una lunga, lunga passeggiata nella notte. Fuori pioveva e c'era un buio pesto: finalmente calò il silenzio nella stanza dei bambini. "Salvi" sospirarono i genitori sollevati. finché non scoprirono la ragione di quel silenzio: i bambini si erano precipitati a vestirsi per la passeggiata promessa. Non restava da fare altro che uscire nel buio e nella pioggia, i ragazzini erano spaventosamente svegli e l'ingenuo padre si rese conto che quella che per lui doveva essere una punizione agli occhi dei figli era invece una fantastica avventura! Soli nel bosco, per strada, nel cuore della notte, mentre le volpi sono a caccia e tutti gli altri bambini dormono!

Dagerman era un libero pensatore: i suoi scritti trattano questioni etiche universali.

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