Tutte le storie cominciano con "C'era una volta"...
Dopo ogni "C'era una volta" ne viene un altro ...
  
E per fare in modo che i "C'era una volta" non ci trascinino sempre più in basso nel buco senza fondo, sarà meglio che d'ora in poi ci chiediamo sempre "Alt! Quando è successo?"
Se poi ci chiediamo anche "Ma come sono andate di preciso le cose?" ecco che vorremo conoscere la storia.
(Ernest H. Gombrich, Breve storia del mondo, Salani, 1997, pp. 15-18)

È necessario imparare fin da bambini a porre con precisione buone domande, esercitare l'arte di interrogare i fatti: 

"Quando è successo?" "Ma come sono andate di preciso le cose?"

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Così si può capire perchè persone diventino migranti, ad esempio. Persone strappate alla normalità da un pericolo, che non cessano di provare bisogni e desideri comuni da un giorno all'altro, non diventano persone con minori esigenze e sensibilità, anzi: accresce il bisogno di atti di cura personalizzati, indispensabili per preservare l'autostima e l'amor proprio. 
La città che sussurrò  scritto da J. Elvgren, illustrato da F. Santomauro, racconta di come il popolo danese salvò gli ebrei dalle persecuzioni naziste. Gli autori seguono un taglio che mette in evidenza le loro necessità : un nascondiglio, cure affettuose, cibo, piccol attenzioni.

La casa editrice rilancia la riflessione su come la Danimarca reagì all'occupazione tedesca. Comunemente le posizioni si polarizzano su estremi opposti: alcuni giudicano la Danimarca un esempio di resistenza passiva, altri valutano il comportamento tenuto dai danesi vergognoso.

[Iimg_c=/media/post/535gbad/3.png| J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015]

Hannah Arendt ne La banalità del male  scrive

La storia degli ebrei danesi è sui generis e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d'Europa (...). Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un'idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l'avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori. (....) Come la Danimarca, anche la Svezia, l'Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi immuni dall'antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovano sotto il tallone tedesco soltanto la danese osò esprimere apertamente ciò che pensava.(...) Quando i tedeschi, con una certa cautela, ... invitarono (i danesi) a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le lori immediate dimissioni. (...) Così i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio e le operazioni furono rinviate all'autunno del 1943. Quello che accadde fu davvero stupefacente (...)

Danimarca e Svezia misero in atto una serie di misure per contrastare il potere dei tedeschi, in termini di movimento ed  operatività;  l'operazione segreta per catturare tutti gli ebrei nella notte stabilita determinò unicamente la cattura di quei 477 ebrei che aprirono volontariamente la porta ai nazisti. Oltre 7300 (?) ebrei si avvalsero degli aiuti danesi e svedesi riuscirono a porsi in salvo perchè

Tutto il popolo danese, dal re al più umile cittadino era pronto a ospitarli (...)
Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le cinque-quindici miglia di mare che separavano la Danimarca dalla Svezia.
Gli svedesi accolsero 5919 profughi, di cui almeno 1000 erano di origine tedesca, 1310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati a ebrei (quasi la metà degli ebrei tedeschi rimase in Danimarca e si salvò tenendosi nascosta) 

Eric J. Hobsbawm nella sua analisi de Il secolo breve 1914-1991 non ha dedicato molto spazio a queste pagine di storia, ha teso più a evidenziare la "facilità ridicola" con cui la Danimarca -insieme Norvegia, Olanda, Belgio, Francia- fu invasa, evidenziando come solo la Gran Bretagna fosse rimasta a combattere contro la Germania.

Bo Lidegaard invece, ne Il popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei, ricostruisce in 424 pagine come il re danese, il parlamento, la popolazione (tra cui la componente ebrea) reagirono all'occupazione nazista, ponendo all'attenzione del lettore un puzzle di accadimenti coevi e contrastando il rischio di idealizzare gli episodi- o di relegarli a una valutazione affrettata.
Lidegaard ricostruisce attraverso la sua ricerca, anche la fuga di due famiglie apparentate, attraverso l'intreccio dei diari personali scritti dai diversi componenti durante il viaggio verso la Svezia.

 

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J. Elvgren, F. Santomauro, La città che sussurrò. Giuntina, 2015

Insieme a pochi altri resoconti coevi di cui siamo a conoscenza, (...) i diari (attraverso i quali sono ricostruiti gli avvenimenti presentati) schiudono una porta nella mentalità dei profughi e dei loro persecutori -come pure di quanti, fra i danesi, offrirono il loro aiuto. Sebbene questi racconti siano unici, le esperienze di cui narrano sono simili.
E' una storia in cui si riconoscono migliaia di persone, oggi come allora. Una storia che parla di dubbi e di disperazione, ma anche di determinazione a sopravvivere.

La storia della fuga degli ebrei danesi (...) impartisce una lezione sull'autodifesa, la ribellione e il sostegno da una parte di connazionali che si rivoltarono, indignati e colmi di rabbia, contro la deportazione. In questo senso, è anche la storia di una società che seppe tutelare la propria visione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, anche mentre era costretta a inchinarsi davanti alla forza dell'occupante tedesco. (Lidegaard, pp. 14-15)

NLa tesi di Bo Lideggard è: la politica fa la differenza.

La circostanza che fa della Danimarca un caso unico nel suo genere (...) poiché seppe andare oltre il rifiuto di misure dirette contro gli ebrei, negando l'esistenza stessa di una questione ebraica. E affermando semplicemente l'ovvio: che, prima ancora che  di stirpe ebraica, gli individui in questione erano cittadini danesi o comunque protetti dal diritto danese, che non distingueva tra i cittadini di diverse confessioni. E, non sussistendo questione alcuna, non esistevano nemmeno provvedimenti per affrontarla. 

 

Il punto essenziale è che i rifugiati poterono contare sui loro connazionali e coinvolgere automaticamente amici, colleghi e vicini di casa nel loro tentativo di trovare una via di fuga. (...) Naturalmente alcune porte rimasero sbarrate. E, naturalmente, codardia, tradimento e avidità emersero in determinate situazioni. Ma la democrazia danese si era mobilitata per proteggere i valori su cui si fondava. Con la sua decisione di estendere la soluzione finale alla Danimarca, il Terzo Reich aveva risvegliato la forza più potente di un paese: la comune volontà popolare. 
(...) la maggior parte degli innumerevoli danesi che nei giorni  cruciali del settembre e dell'ottobre 1943 aiutarono i concittadini a fuggire non vedeva quei fuggitivi come ebrei. Erano visti come concittadini in difficoltà, come famiglie colpite da ingiustizia e sfortuna, come anziani, donne e bambini che stavano vivendo quello che nessuno dovrebbe vivere, come vicini di casa, colleghi e parenti e connazionali che per colpa non loro erano stati improvvisamente colpiti da un crimine scatenato da una potenza occupante. Pertanto, i danesi percepirono come un dovere umano e patriottico assumersi la responsabilità personale di aiutarne l'esodo, senza preoccuparsi delle conseguenze personali. E considerato il numero di quanti prestarono aiuto e di quanti invece si ritirarono indietro, non è possibile negare questo forte legame tra istinto compassionevole e dovere patriottico. I grandi artefici del salvataggio furono i leader politici che, nell'arco di un decennio in cui sarebbe stato facile e popolare parlare di un "loro" e di un "noi", ebbero il coraggio di  attenersi ai fondamenti della democrazia: al fatto ciò che tutti i cittadini sono soggetti alle stesse leggi e in diritto di pretendere la stessa giustizia. (p. 409)

Per approfondire:
- Bo Lidegaard, Il popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei, Collezione Storica Garzanti, 2014
- Hanna Arendt, La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2013
- Enrico Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, 2013
- Giorgio Galli (a cura di), Il "Mein Kampf"Le radici della barbarie nazista, Kaos ed., 2013
- Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve 1914-1991, Bur, 2014
- Ernest H. Gombrich, Breve storia del mondo, Salani, 1997  

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