La cultura ludica distingue tra gioco investito direttamente di intenzionalità educativa, appositamente strutturato per uno scopo didattico/educativo e  gioco libero

Oggi il gioco libero è sotto assedio, sulla scia di una spinta prestazionale che tende a finalizzare precocemente ogni esperienza, per questo mi concentro prevalentemente su questo. 

Walter Benjamin scriveva

Il bambino vuole trainare qualcosa e questo diventa un ccavallo, vuole giocare con la sabbia e si trasforma in fornaio, vuole nascondersi e diventa guardia e ladro.

Non c'è nulla che un bambino faccia più volentieri che unire fraternamente, nelle sue realizzazioni, i materiali più diversi (pietre, plastilina, legno, carta); dall'altro nessuno è più pudico di un bambino nei confronti dei materiali: un semplice pezzo di legno, una spugna o un sassolino nella purezza e unicità del proprio materiale comprende una varietà di figure diversissime tra loro, e quando gli adulti hanno destinato ai bambini bambole di corteccia di betulla o di paglia, una culla di vetro, barchette di stagno, hanno sfiorato -alla loro maniera- il modo di sentire dei bambini.

Ne L’uomo ludico Hutzinger descrive il gioco come l’unica attività che dura tutta la vita: ad ogni età dobbiamo coltivare il gioco come “oasi della gioia”: il gioco educa anche alla fatica, allo sforzo, alla pazienza, permette di assaporare tutte le suggestioni.

Munari affermava che tanto più i giochi sono aperti tanto più liberano energie creative e sviluppano competenze di vario tipo.

Elinor Goldschmied e Stig Dagerman hanno messo in evidenza come attraverso il gioco i bambini si prendano cura di se stessi proteggendosi attraverso una dimensione ludica, Emmi Pikler e Henri Wallon hanno mostrato i legami tra gioco spontaneo, piacere , sviluppo motorio, cognitivo e affettivo. 

E tante altre esperienze ancora ci svelano come il gioco aiuti le persone a realizzare potenzialità e perseguire piacere attraverso attività scelte liberamente.

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