Stig Dagerman

compito della letteratura è mostrare il significato della libertà

Stig Dagerman nasce a Älvkarleby il 5 ottobre 1923  e muore suicida all’età di 31 anni, a Enebyberg, il 5 novembre 1954 . 

Lo si ricorda come giornalista, scrittore, anarchico svedese che ha dato voce agli ultimi: libertà, utopia, giustizia e compassione sono le parole chiave che lo raccontano.

Figlio di Helmer Jansson, un operaio artificiere e di Helga Andersson, telefonista, viene affidato ai nonni paterni poichè il padre riteneva che non ci fossero le condizioni economiche per formare una famiglia. In molte biografie si legge che la madre lo abbandonò dopo poche settimane, è tempo di cambiare narrazione: lo ha partorito e affidato a cure amorevoli.

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Il piccolo Stig cresce con i nonni paterni in una piccola fattoria ad Älvkarleby, fino a quando, dopo i primi due anni di scuola elementare , raggiunge a Stoccolma il padre, che nel frattempo ha trovato un impiego fisso alle dipendenze del comune e si è sposato. Attraverso di lui, Dagerman entra presto in contatto con l'anarchismo e diventa attivamente antinazista già dagli anni del ginnaio. Nel 1941 entra nel circolo giovanile degli anarco-sindacalisti, di cui ben presto diviene segretario. 

A diciannove anni assume la direzione di Storm, il giornale per i giovani anarchici, e nel 1942 partecipa a un'azione dimostrativa ai danni della sede dell'organizzazione filonazista svedese Svenk Opposition.

A ventidue è caporedattore culturale di Arbetaren (L'operaio), allora quotidiano del movimento sindacale, che considera il suo luogo di nascita spirituale. Oltre a editoriali e articoli, scrive oltre mille poesie satiriche con cui quotidianamente commenta l'attualità. Spesso scrive di cinema

Una domenica, quando ero molto giovane, ho scoperto che esistevano due mondi paralleli... È successo quando sono andato a una matinée di un film... e trattieni il prezioso momento in cui le luci si sono abbassate e il sipario si è aperto per mostrare il sogno di questa settimana. Tutto questo al cinema locale, il tempio della mia infanzia. (Stig Dagerman)

Dagerman fu presto affascinato dal mezzo cinematografico. Gran parte della sua scrittura è molto visiva e spesso utilizza tecniche di narrazione cinematografica (come nei racconti Uccidere un bambino e I giochi della notte). Di conseguenza, molti dei suoi lavori hanno ispirato, e continuano a ispirare, registi in Svezia e all'estero. (Alexander Skarsgård)

Gli orizzonti di Dagerman sono notevolmente ampliati dal suo matrimonio nel 1943 con Annemarie Götze, una rifugiata tedesca di diciotto anni figlia di Ferdinand ed Elly, due anarco-sindacalisti molto attivi, fuggiti dalla Germania nazista per unirsi al movimento di Barcellona fin quando non devono fuggire ancora dalle brutali repressioni dei fascisti spagnoli, giungendo infine nella neutrale Svezia attraverso la Francia e la Norvegia. Insieme alla giovane moglie vive con i suoceri, ed è attraverso questa famiglia, e il flusso costante di rifugiati che la loro casa accoglie, che Dagerman si informa su quanto avviene in Europa: gli diviene così intollerabile lo scarto tra la quiete dei neutrali svedesi e il tormento dei rifugiati e dei perseguitati.

Ha ventidue anni quando, nel 1945, pubblica il suo primo romanzo: Ormen (Il serpente, traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, 2021), una storia antimilitaristica in cui domina la paura che lui stesso ha conosciuto sotto le armi, a cui è richiamato nel 1943, subendo quella che descriverà come la tirannia dello stato sulla singola persone. Il romanzo è accolto con recensioni positive che lo acclamano da subito come una grande penna, così che Dagerman lascia la redazione della rivista Arbetaren per scrivere a tempo pieno.
Trovato sotto un approfondimento su Il serpente, per bocca di Fulvio Ferrari, docente di Filologia letteraria a Trento e traduttore dell’opera, che oscilla tra romanzo e raccolta di racconti.


L'anno seguente pubblica De Dömdas Ö (L'isola dei condannati, pubblicato in Italia nel 1986 da Guida e purtroppo introvabile), scritto in soli quindici giorni che Dagerman stesso descrive come una sorta di stato di trance, in cui immagini da incubo ricorrono all'allegoria di sette naufraghi alla ricerca della salvezza.

Tra salti passato-presente, momenti di veglia che sembrano sogni, sogni che sembrano incubi, allucinazioni che sono veglie, L’isola dei condannati è un caleidoscopio di immagini che ci restituiscono un libro che, se non è corretto considerare una preparazione ad Autunno tedesco e a Il nostro bisogno di consolazione, è sicuramente un testo gravido delle urgenze più profonde dello scrittore svedese.

Naufragati su un’isola deserta, due donne e cinque uomini, sono preda dei loro incubi, delle loro paure più profonde. In mezzo ad una natura tutt’altro che benevola, i sette personaggi portano in scena una intera cultura in cui, puritanesimo e trauma post bellico, sono dipinti e fatti a pezzi in quella che la curatrice del volume Vanda Monaco Westerstahl chiama furia distruttiva senza salvezza.

Senso di colpa, solidarietà, individuo contro organizzazione sociale e politica, solitudine, tempo, dolore, sono buttati su questa isola con uno stile che dal realistico passa, senza soluzione di continuità all’onirico, simbolico e finanche barocco. (Geraldine Meyer, Stig Dagerman e la sua Isola dei condannati, L'ottavo)

Spesso il lavoro di Dagerman è accostato a quello di William Faulkner, Franz Kafka e Albert Camus. Non pochi vedono in lui il principale rappresentante degli Fyrtiotalisterna (i quarantisti) ovvero gli scrittori svedesi degli anni '40 che incanalano sentimenti pervasivi di paura, colpa e mancanza di significato comuni sulla scia degli orrori della Seconda Guerra Mondiale e dell'incombente Guerra Fredda.

Nel 1946, scrive per il quotidiano Expressen di Stoccolma dei reportage sulle condizioni della Germania postbellica: un diario di viaggio  della Germania devastata dalla guerra, successivamente raccolti nel libro Tysk Höst (autunno tedesco). Piuttosto che incolpare il popolo tedesco per le atrocità della guerra, definendolo pazzo o malvagio, Dagerman ritrae l'ordinarietà umana degli uomini e delle donne che ora strisciano tra le rovine della guerra. Per lui, la radice del disastro risiede nell'anonimato delle organizzazioni di massa che ostacolano l'empatia e la responsabilità individuale, qualità senza le quali la razza umana è minacciata di estinzione. 

"Credo che il nemico naturale dell'uomo sia la mega-organizzazione perché lo priva della necessità vitale di sentirsi responsabile del prossimo, limitandone le possibilità di mostrare solidarietà e amore e lo trasforma invece in un agente di potere, che per il momento può essere diretto contro altri, ma alla fine è diretto contro se stesso". (dal sito Stig Dagerman, liberamente tradotto e adattato)

Si tratta si un documento di insuperato acume e lucidità, che rovescia il paradigma della retorica degli aiuti internazionali postbellici, per fotografare le condizioni della popolazione tedesca e la postura degli alleati, in particolare di quelli presenti sul suolo germanico.
Ne ho scritto in maniera più diffusa in questo post si insegna la democrazia facendo soffrire le persone? le domande di Stig Dagerman

Nel 1947 pubblica la raccolta di racconti Nattens lekar ( i giochi della notte, Iperborea, 1996), ne fanno parte: Carne salata e cetrioli; Gli implacabili; I giochi della notte; L'albero dell'impiccato; La torre e la fonte; Lo sconosciuto; Nevischio; Uomini di carattere. Del racconto che da cui prende nome la raccolta è  stato ispirato il corto diretto da Dan Levy Dagerman, che potete vedere qui sotto e più volte selezionato in occasione dei festival: Short Film Official Selection: Göteborg International Film Festival '08 (World Premiere), LIIFE '08, LA Shorts '08, Mill Valley International Film Festival '08, Aubagne International Film Festival '09.

Nel 1948 Dagerman pubblica Bränt barn (Bambino bruciato, traduzione Gino Tozzetti, Iperborea, 1994) il suo maggior successo editoriale, in cui si alternano  lettere scritte dal protagonista (a se stesso, al padre, all'amante e alla fidanzata) a una voce esterna. Nel 1949  il romanzo è adattato dall'autore per il teatro Ingen går fri (Nessuno è libero) per la regia dello stesso Dagerman e nel 1967 per il cinema dal regista Hans Abramson.

Il successo che acclama Dagerman come uno dei più grandi scrittori svedesi e non di rado come genio, gli procura una profonda angoscia e un senso di colpa che fa riaffiorare i dolori giovanili fino a farlo sprofondare in quella disperazione che lo condurrà a porre fine alla sua vita.

Nel 1952 pubblica vårt behov av tröst (Il nostro bisogno di consolazione, traduzione Fulvio Ferrari, Iperborea, 2013) il suo testamento spirituale: un monologo di pochissime pagine in cui esprime che la felicità e la libertà a cui l'uomo aspira sono irraggiungibili.
Sotto un corto a esso ispirato, prodotto nel 2012 dalla figlia di Dagerman, Lo-  nella traduzione inglese di Steven Hartman. 

Nel marzo 1950 Dagerman lascia la moglie ei due figli e inizia una relazione con l'attrice svedese Anita Björk, dalla quale ha a sua volta una figlia nel 1951 e con cui si sposa nel 1953.

Tra il 1948 e il 1955 scrive racconti oggi raccolti, in edizione italiana, ne Il viaggiatore (traduzione di Gino Tozzetti, Iperborea, 1991) che si apre con Ho remato per un lord (1947) -oggi disponibile anche nella splendida interpretazione visiva di Davide Reviati per Coconino Press\Else edizioni (2021).
Seguono: Il freddo della notte di San Giovanni (1948); L'auto di Stoccolma (1948)- a mio sentire uno dei racconti più amari e cristallini di sempre, insieme a Uccidere un bambino (1948) di cui sotto la trasposizione dei Freeshine nell'album All Blood Is Royal (2008); Una tragedia minore (1948); Difficoltà dei genitori (1949); A casa della nonna (1950); L'inverno a Belleville (1950); La scacchiera da viaggio (1950); Il viaggiatore (postumo, ma 1951); L'uomo che ama (postumo); L'uomo che deve morire (postumo).

Perché i bambini devono ubbidire? raccoglie scritti tra il 1948 e il 1955 (traduzione di Fulvio Ferrari ed Enrico Tiozzo, Iperborea, 2013). Ne fanno parte: Memorie di un bambino (1948); A casa della nonna (1953); Perché uccidere il contrabbasso? (1949)  e Difficoltà di genitori (1949) entrambi sul rapporto tra genitori e figli, di cui ho scritto qui;  E ancora: Perché i bambini devono ubbidire? (1953) e sei poesie da "Arbetaren" (Lasse Liten; La città santa; Il pittore di uova; Ninna nanna; Per il bene dei bimbi e Il secolo dei bambini? una poesia che, con appuntita lucidità, denuncia le contraddizioni di un arco di storia che si è aperto sotto l'auspicio di divenire il secolo dei fanciulli -secondo la celebre espressione della sua connazionale Ellen Key- e ha invece visto ignorarne sistematicamente diritti e tranquillità. La raccolta ripropone anche Uccidere un bambino (1948).

Nel racconto breve L'uomo che non voleva piangere (traduzione di Marco Alessandrini, Via del vento, 2014) l'alter ego di Dagerman, Storm viene accusato di lasciarsi andare alle risate anzichè al pianto. Il pianto e il bisogno di consolazione si affacciano anche in queste poche pagine.

La politica dell'impossibile, del 1958, (traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea, 2016)

denuncia le gabbie della moderna democrazia, dove un manipolo di poteri decide migliaia di destini, gli interessi dello Stato prevaricano i diritti inalienabili della persona, e la cultura è declassata a gioco di società, slogan ideologico o anestetizzante di massa. Ma soprattutto rivendica il compito della letteratura di mostrare il significato della libertà, di scuotere le coscienze per riscattare l’uomo e i suoi valori fondamentali: l’uguaglianza, la difesa dei deboli, la solidarietà. E confessa il suo conflitto di scrittore diviso tra l’impegno sociale e l’inviolabile autonomia dell’immaginazione, che deve seguire liberamente le proprie vie per toccare il cuore del mondo. Se la politica è definita l’arte del possibile, ovvero dei limiti, del compromesso, della rinuncia alla speranza, Dagerman non può che difendere a gran voce la necessità di una politica dell’impossibile. (dal sito dell'editore)

A partire dal 1996, e in onore della sua memoria, la Stig Dagerman Society assegna annualmente il premio in suo nome allo scrittore il cui lavoro riconosce l'importanza della libertà di parola promuovendo la comprensione interculturale. Alcuni degli autori premiati sono stati John Hron, Yasar Kemal, Ahmad Shamlou, Elsie Johansson, Elfriede Jelinek, Göran Palm, Sigrid Kahle, Jean-Marie Gustave Le Clézio e Eduardo Galeano.

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